Mostra personale I LIRICI DORMIENTI



Inaugurazione sabato 18 dicembre 2010
ore 11.00

nei locali espositivi del Liceo Artistico di Carrara "Artemisia Gentileschi"
con la presentazione in aula magna di
Gino Cappè e Claudio Cargiolli.


Fino al 14 gennaio 2011


tel. 0585 75561

Lo spirito negato


Herbert Read ci ha insegnato che nell’arte non esiste progresso come può esistere invece nella scienza, ma è inevitabile pensare che nel suo attuarsi si siano verificati momenti di decadenza e fortunatamente, anche di ripresa. Oggi assistiamo alla frammentazione del polo delle arti, alla caotica subordinazione tra capacità tecnica, inventiva, concettuale e alla stessa distruzione del concetto di ciò che è da ritenersi bello. Quando domandai ad un professore di discipline plastiche se poteva andare l’abbozzo di una scultura, egli mi rispose sinteticamente: “Deve funzionare”. Non è più corretto affidarci all’ormai vago e superfluo criterio del bello ma è giusto muoversi secondo ciò che è funzionale ed ergonomico, regolato da una sua armonia indipendente da fattori di natura estetica. L’universalità del gusto è venuta a scindersi dall’arte con l’avvento della globalizzazione, un fenomeno che “ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo” se vogliamo dirla con le parole di Bauman nell’ottimo libro “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone”. Non è più possibile ascrivere il fenomeno artistico entro la categoria immutabile dello spirito perché essa si presenta sotto molteplici aspetti, in una realtà assai contrastante, mutevole e precaria. Oggi il gusto estetico non dipende più da un cerchio limitato di botteghe, scuole e movimenti, ma dalle singole individualità. Anche le collettività si stanno avviando a diventare La Collettività, un unico grande sistema dove tutti vestono alla stessa maniera, seguendo le stesse tendenze consumistiche, musicali e mediatiche. La realtà del piccolo paese emigra verso la “bella vita”, quella realtà fittizia che brilla di denari e potenze ultratecnologiche. Come si suol dire, l’arte è espressione del proprio tempo e oggi non esprime altro che la sua decadenza, almeno nella sua parte più conclamata. Provo rabbia e dolore quando critici incapaci elogiano l’espressione artistica di un Murakami intento a fondare la propria creazione artistica nel nodo commerciale di una cultura balbettante, sfracellata dal consumismo e drogata dal massiccio controllo del sistema capitalistico. Designare lo slancio creativo nel cuore livido e infetto del consumismo, significa dare l’avvio ad un impasto asettico che ripudi in primis tutto ciò che concerne lo spirito. Questa non è arte, è kitsch che tramuta in camp. Ma provo commiserazione per coloro che trovano addirittura “divertente” il dito medio di Cattelan in piazza Affari a Milano senza porsi ulteriori interrogativi sull’attuale scenario artistico. Perché oggi l’arte deve provocare, divertire, meravigliare con l’effetto-shock, in quanto deve concorrere alla mostruosa prepotenza della realtà mediatica. Se un tempo la produzione artistica doveva riunire la società entro un atto di fede (anche laico), promuovendo la riflessione e la considerazione di taluni temi, oggi deve stupire e meravigliare in un contesto ben lontano da quello che poteva essere in età barocca. L’arte odierna sta diventando sempre più concettuale, aneidetica, disarmonica, priva di un radioso centro come accadeva nell’euritmia rinascimentale. La realtà mediatica ipnotizza le masse eclissando il suo “bisogno d’arte” che, pur esistendo, viene spesso ignorato e oscurato da espressioni più accattivanti che recludano il discorso attorno alle arti. Il settore artistico pascola nell’idea che l’arte debba riflettere l’attuale disagio culturale; esso sguazza nella fiumana involutiva di un caos che si prefigge un ordine prima ancora di scovarlo. Ma spetta all’artista e alla cerchia intellettuale determinare il punto di rivolta e di rottura, sviare il pensiero dall’aberrante panno dell’oscurità, riportare l’espressione artistica al punto di riferimento che era, vissuta nel suo intento educativo e di confronto, come momento di raccoglimento e di ritrovo dove lo spirituale trovi nuovamente la sua più alta e brillante manifestazione. La crisi artistica trova il suo epicentro nell’estrema dilatazione del settore informativo e nell’abolizione di tutte quelle frontiere culturali che rendono caratteristico un paese. L’entità culturale di uno stato non si riconosce più dal suo presente ma dal suo passato. E’ delirante asserire ciò, ma l’arte odierna è stata rimpiazzata nel ruolo di comparsa nell’asfittico teatro mediatico. La realtà globale, nel giro di tempi dalla brevità assoluta, si è trasformato in un’unica piattaforma culturale dove le caratteristiche peculiari di un certo ambiente vengono soppresse da visioni parallele e indistinte. Se molti secoli fa ben si distingueva la scuola fiorentina da quella senese, oggi non solo si è incapaci di ascrivere una nazione in un proprio gusto caratteristico svincolante da altre realtà culturali, ma lo stesso panorama mondiale è un succedersi continuo di movimenti brevi e superflui che tendono a contraddire il momento antecedente. Significative in questo momento della nostra storia, sono le parole del grande Andrej Tarkovskij: “Il nostro io che diventa il centro della vita terrena, ha un valore e un significato oggettivo se attinge un determinato livello spirituale, se si sforza di raggiungere la perfezione spirituale esente, prima di tutto, da intenti egoistici. L’interesse verso se stessi, la lotta per la propria anima, richiedono da parte dell’uomo un enorme risolutezza e sforzi colossali. Per l’uomo è assai più facile abbassarsi in senso morale che innalzarsi anche soltanto di poco al di sopra dei propri interessi pragmatici, egocentrici. Occorrono enormi sforzi spirituali per conseguire un’autentica nascita spirituale e l’uomo viene preso facilmente all’amo dai “pescatori d’anime”, rinunciando alla propria via personale in norme di finalità che si pretendono più nobili e generali, senza confessare a se stesso che in realtà sta tradendo la vita che gli è stata data per un determinato scopo”. Trovo eccezionale l’espressione “pescatori d’anime”, un’immagine bellissima che esprime esattamente come funziona l’industria culturale del nostro tempo. L’artista deve spurgare la propria anima dalle nefandezze attuali perchè la cura dello spirito inizia da noi stessi e non dalla proiezione di sé in un contesto sociale che fonda lo slancio creativo su idee già confezionate e prefabbricate da un sistema sbagliato.

I luoghi infetti dell’arte

Si percepisce una certa freddezza, un’incurabile stato d’animo che prende ad insediarsi nei rami passivi di un sonno ingiustificato. Il torpore della nebbia attutisce la grinta mercuriale del colore e ghermisce il primissimo, fragile palpito dell’emozione. In un cortile giacciono meravigliose copie della statuaria classica: sono colte nel loro gesto di umane prestazioni, pavesate da lenzuoli di polvere, gli occhi grigi e tirati all’insù. Affreschi fatiscenti ricoprono corridoi inanimati, mentre volti effigiati dal tempo guardano il vuoto con leggera compunzione. Le pareti scorrono lisce e nude, frammentate da un rumore sordido, mentre la calma e il silenzio prendono di nuovo a folleggiare sopra ciò che rimane. Il colore è emigrato, i lirici dormienti giungono nel canto di una magrissima consolazione. E’ il canto della nostalgia, la morte annunciata di un credo perduto, lo sguardo costernato per tutto ciò che un tempo era espressione di spirito e adesso è espressione di anguste mode di mercato. Mi spaventa la normalità delle persone, la loro incuranza di fronte all’inesplicabile forza della bellezza che urge per dichiararsi di fronte agli uomini. La normalità accompagna lo spirito ad uno stato di letargo, mitiga il vivace presentimento dello stupore, foggia anime incapaci di credere nella loro sensibilità e di sentire il battito delle cose. “Noi crediamo che esista ciò che sembra esistere” mentre l’invisibile si manifesta con maggiore prepotenza rispetto a tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare in modo meccanico e asettico. E’ troppo immensa la bellezza per poterla guardare senza esserne squarciati come carne viva, senza provare il disagio della solitudine verso ciò che lotta per mantenere la propria espressione sul mondo. Fa male guardarla perché abbiamo dimenticato come discendere dalla normalità. La bellezza è profonda, smisurata, diafana in superficie e oscura nei penetrali più depressi. Accorgersi di essa, significherebbe abbattere per sempre il muro coriaceo della paura.

Gli ultimi resti del Silenzio: quando la parola trasfigura in Poesia

Intervista di Sofia Rondelli a Roberto Maggiani

“[…] Maggiani è un poeta sensibilissimo, che pone la sua voce su quella soglia che separa, labilmente, il limitato dall’illimitato (e l’uomo da dio). Così, la poesia medesima si rivela come l’estremo gioco di un acrobata: da una parte, essa è tutta sospesa sopra il vuoto dell’inconsapevolezza e della mancanza; dall’altra, è invece spinta a mirare verso l’alto, verso l’oltre, di là dal suo stesso sguardo. Ed è proprio nell’istante della visitazione del verso – dono che non appartiene al poeta, ma che il poeta riceve, e a sua volta trasmette – che la scrittura assurge ad angelica testimonianza di immediato collegamento tra l’individuale e l’universale, tra stupore e attenzione, tra sogno e coscienza. […]”

Mario Fresa sul blog farapoesia


Riscoprendo il valore etimologico della parola, poeta è colui che crea, che compone e inventa. Cos’è per te la poesia e cosa significa essere permeati quotidianamente da essa?

Cara Sofia la tua domanda, rivolta ad autorevoli poeti, ha ottenuto risposte differenti e importanti. Mi chiedi di rispondere a qualcosa che personalmente non conosco. Sembrerà strano, ma io non so cosa sia la poesia, è vero che mi sono fatto delle vaghe idee, ma rimane, a tutt’oggi, dopo quindici anni di scrittura con pubblicazioni (preceduti da dieci anni di scrittura privata), un grande mistero. Ma è forse questo fatto a determinare l’importanza e la forza, oserei dire dirompente, che essa ha nella mia vita quotidiana, ormai non so più pensare la mia vita distinta dalla poesia. E’ come se essa fosse, ma forse lo è, l’anima del mondo che di tanto in tanto mi rivolge il suo sussurro all’orecchio, “destando pace o guerra”, per dirla con il verso di una mia poesia intitolata proprio “La voce” e che inizia così: “Nella terra e nel mare / c’è una voce che racconta di te / e segue la memoria dei padri / fino alle biforcazioni in cui la storia / cambia il suo corso / destando pace o guerra. / […]” (“Scienza aleatoria”, LietoColle 2010). Penso che ogni “cosa” intorno a noi possieda una voce e quella voce abbia la capacità di raccontarci le storie delle “cose”, siano esse persone, animali, vegetali o oggetti inanimati. Forse posso osare qualche pensiero sulla poesia e affermare che essa è un’assenza, un vuoto compensato dalla parola del poeta, oppure una necessità di evidenza, cioè la necessità di una parte di mondo di venire intesa e narrata nella sua essenza e irripetibilità. O forse è un continuo ritorno di qualcosa che si perde ma che a cicli torna, finché qualcuno lo coglie nell’anima o nel pensiero rendendolo evidente, visibile, certo. Non so. Tu richiami il concetto di invenzione e lo associ al poeta. Sì, forse la poesia stessa è invenzione del poeta, è un modo di creare un nuovo mondo, lo fonda e lo eleva nella bellezza dei suoi versi, in questo senso la poesia torna al suo significato letterale di “fare”, il poeta fa qualcosa di importante, tiene l’uomo in un mondo vero, vivibile, onesto, cura il mondo, lo fa nuovo, il poeta è un medico. Checché se ne dica, il mondo vero è quello del poeta perché la poesia non può barare, sarebbe una contraddizione, quando leggiamo poesie finte ce ne accorgiamo, quella non è poesia, è opportunismo, sfruttamento, cialtroneria. La Poesia, in senso ampio, quella che avvia ed emerge da tutte le arti, è bellezza e quindi, per dirla con un’affermazione nota, essa salverà il mondo. Concludo questa risposta (che forse risposta non è) con alcuni miei versi, in essi affermo qualcosa di importante sul come io vedo la poesia: “[…] / la poesia […] / è un rapace che preleva dal suolo / e deciderà in volo / se strappare le viscere / o adagiare sulla cima.”. Ma, avendo scritto un libro che in parte riflette sul significato della poesia e sul suo ruolo, ti propongo anche “Similitudine” (entrambe da “Scienza aleatoria”):

Una poesia è simile a un giorno di luce
che mostra i colori del mondo
e lo libera dalla notte dell’inconoscenza,
mostra i legami tra le presenze
che respirano nell’oscurità,
rivela la scrittura cifrata
racchiusa in sillabe
nelle bocche dell’universo.


Laddove la scienza divide il poeta unisce”: così recita un tuo verso tratto da Poetizzazione (Seconda parte di Scienza aleatoria). Se avviene, quando abbiamo lo snodo del sodalizio poesia-scienza?


In “Scienza aleatoria”, che tu citi riportando un verso della poesia “Poetizzazione”, tra le varie cose, espongo il mio pensiero sul rapporto tra poesia e scienza. Un tema importante, almeno per me, che richiede ulteriori e decisi approfondimenti. E’ quello su cui sto lavorando. Uscirà a dicembre, sulla rivista “La Mosca di Milano”, un mio articolo dal titolo “Poesia e scienza: quale rapporto?”. Inoltre sto curando un’antologia di voci di poeti contemporanei, intitolata “Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria”, per le edizioni de L’Arca Felice, uscirà all’inizio del 2011. Insomma ritengo di dover portare avanti questo importante tema del rapporto tra poesia e scienza. Quindi tocchi un tema fondamentale nel mio presente e futuro, come poeta e come scienziato. Ho studiato fisica, e da sempre la scienza è la voce che parla al mio orecchio, così come la poesia. Sono i due polmoni che mi hanno fatto, e mi fanno, respirare il mistero del mondo. Per lungo tempo, in me, poesia e scienza, si sono mosse in modo indipendente l’una dall’altra, ma a un certo punto è come se si fossero incontrate e completate a vicenda, trovando una loro sintesi. Non vedo più il mondo come poeta e come scienziato, lo vedo e basta. E in “Scienza aleatoria” cerco di far apparire proprio questa unità, ci sono persino poesie che contengono formule. Anni fa la poetessa Mariella Bettarini (fu lei a permettermi, con la sua attenzione e gentilezza, di aprire le ali nel cielo poetico, una vera maestra di scrittura), disse che le formule della mia tesi di laurea erano artistiche, erano graficamente belle. Ebbene, per anni ho portato in me questa affermazione, cercando di coglierne il significato profondo. Gli scienziati, quando devono elaborare una nuova teoria, cercano le simmetrie del sistema fisico che vogliono descrivere, tentano di trovare formule semplici e belle. Lo stesso fanno i poeti, quando devono descrivere le loro visioni cercano parole adatte, possibilmente armoniose, musicali, semplici e belle. Ma è chiaro che la semplicità che si cerca dovrà essere commisurata alla complessità del sistema che si vuole descrivere, quindi è probabile che una poesia, o una teoria, ci appaia difficile, complessa, ma per un occhio esperto, poeta o scienziato, quella data scrittura o quella data formula, risulta invece essere la versione più semplice di poesia per esprimere una visione del mondo, o di una teoria che deve esprimere il comportamento di un sistema fisico. Ecco perché la poesia, come la scienza, richiede competenza, essa deriva dall’esperienza, dalla lettura e dallo studio. E’ necessario leggere per scrivere poesie – leggere poesia e qualsiasi cosa che possa allargare lo sguardo sul mondo attraverso il pensiero di altri contemporanei o che ci hanno preceduti. Ti immagini una persona che si mette a fare lo scienziato senza tenere conto di chi l’ha preceduto o di chi attualmente sta facendo le stesse ricerche? Così il poeta. Per esserlo non ci si sveglia al mattino e si è subito poeti, si deve fare un percorso, che richiede rigore, coraggio, passione, lettura, studio. La scienza è ricerca, e la poesia pure, la scienza usa la matematica, la poesia usa la parola. Lo scienziato osserva ed elabora una teoria, il poeta osserva ed elabora similmente le sue visioni in un sistema poetico che ritiene adatto ad esprimerle. Scienza e poesia si abbracciano, ma, nonostante questi parallelismi, la poesia, secondo me, è un gradino sopra la scienza e anzi la ingloba. Per esplicitare meglio il mio pensiero riporto per esteso la poesia che citi nella domanda: “Le scienze devono essere poetizzate / poiché il poeta vede i nessi tra le parti del reale – / laddove la scienza divide il poeta unisce.” C’è una differenza sostanziale tra lo scienziato e il poeta, il poeta da sempre, per quanto vada a sviscerare il particolare, ricerca l’interezza, l’integrità, nel suo sguardo anela alla totalità, si è sempre comportato così. Lo scienziato invece si è via via settorializzato, ha fatto a pezzi la natura per comprenderla, ma la tendenza della scienza fondamentale moderna, quale la Fisica, è adesso quella di ricomporre i pezzi per trovare una teoria unitaria del tutto. Il poeta invece è custode di un’interezza che risiede nell’anima del mondo, che per me è un luogo di fantasia e realtà. Spero di aver risposto alla tua domanda.

Si respira un profondo senso di libertà nella lirica Cose di Antonia Pozzi: “E tu non dire/ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita – se cerco nella sabbia/il sole e il pianto/dei mondi- se getto nelle cose la mia anima/più grande e credo/ ad immense magie..”. Lo sguardo del poeta s’immerge nel Tutto per poi risalire a galla e respirare nell’attesa brulicante della parola che fuoriesce dall’anima. Questo largo campo di esplorazione in cui opera il poeta, si avverte anche nella tua poesia Le cose: “Le cose sconfinano in spazi/che non pensiamo./Hanno libertà che a noi non spettano./I loro risvegli sono repentini/incutono timore.” Perché la grandezza del reale infonde talvolta una leggera trepidazione sull’immensità dell’anima?

Cara Sofia, con le tue domande vai a mettere il dito proprio nel senso delle cose, nel loro dover essere, nell’ontologia del mondo e delle relazioni fondamentali che lo governano. Riuscire a dare una spiegazione al perché il reale infonda una leggera trepidazione sull’anima, è simile a chiedersi perché l’universo ha le leggi che ha. Quindi, non tanto chiedersi come l’universo funzioni, ma perché funziona nei modi che vediamo. In questo modo si esce dal campo del “come le cose avvengono” e si entra nel campo del “perché le cose avvengono”, cioè si esce da un campo di ricerca oggettivo per entrare nel soggettivo, nel mondo delle sensazioni e delle interpretazioni, nella libera immaginazione che non ha riscontri oggettivi. I versi di Antonia Pozzi, che non conoscevo, sono bellissimi, proprio perché nella loro semplicità affondano nella libertà della persona di creare il proprio mondo, con i propri valori e le proprie priorità esistenziali, “E tu non dire / ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita”, non ci è permesso di dirlo perché il suo dire, “se getto nelle cose la mia anima / più grande e credo / ad immense magie”, rivela il suo mondo di verità, ed è l’atteggiamento più vero della sua esistenza, è il modo con cui ella parla con il mondo e, soprattutto, il mondo parla a lei. Le cose hanno il potere di nascondere, e quindi anche di mostrare – se sappiamo cercare e osservare – la loro verità, e la verità è sempre soggettiva. Ma il soggettivismo, in questo caso, non è negativo, anzi è positivo e non è relativismo, anzi, è quanto di più bello ci possa essere, perché una verità sul mondo, se esiste, dovrà necessariamente esistere nel rispetto delle molteplici soggettività che la osservano, quindi dovrà avere manifestazioni plurime. La verità è necessariamente l’unità delle diversità, è l’insieme delle visioni sul mondo, lo stesso mondo per tutti, ma visto-vissuto da angolature differenti; senza Antonia Pozzi la descrizione della verità sarebbe impoverita di un punto di vista, il suo, irraggiungibile da chiunque altro, lo stesso senza il tuo e il mio e di chi legge questa intervista, ognuno vede la sua parte di verità. E tutto questo è uno stato esistenziale, cioè non è necessario essere scrittori o artisti perché quella parte di verità sia manifestata, esistono tempi escatologici in cui, in qualche misterioso modo, le visioni sul mondo saranno recuperate per rendere manifesta la Verità, interamente (e qui entra in gioco la mia fede cristiana nella resurrezione); essa, per manifestarsi, ha necessità della nostra compartecipazione, della nostra esistenza. Gli artisti, tra cui i poeti, rendono evidenti fin da subito le loro visioni sul mondo e, quindi, sulla Verità, le “narrano” in qualche modo, con parole (per esempio la poesia) o immagini (per esempio la pittura), con il movimento armonioso (per esempio la danza) o con l’armonia dei suoni (per esempio la musica), eccetera. In conclusione, la grandezza del reale infonde trepidazione sull’anima perché il reale, a mio avviso, è il corpo della Verità che respira, si dilata e si contrae, e l’anima di ognuno di noi è come adagiata su questo immenso pètto respirante in cui batte un cuore, ed è il pètto dove ognuno di noi vorrebbe stare per sempre adagiato in intimità e pace.

Dov’è la poesia? Sui libri, sui manuali, nella parola oppure essa è recondita e ancora tutta da scolpire?

La poesia è nei libri – sicuramente – nelle stupende parole scritte, nelle immagini, ma anche nelle danze e nelle musiche di uomini e donne che hanno saputo osservare il mondo, esprimendolo, in base ad una necessità e ad una sorta di ossessione, come meglio sapevano fare, senza finzione, con onestà e verità verso sé stessi, prima di tutto. Ma per capire dove risiede la poesia penso che sia necessario seguire i poeti, poiché essi la cercano in continuazione, e da essa sono cercati. Quindi la domanda è: dove vanno i poeti a stanare la poesia? Che direzioni prendono? Dove guardano? Che cosa fanno? (Per poeta intendo, più in generale, l’artista). Per rispondere a queste domande chiamo in causa la poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen. In una sua bellissima e breve poesia, che qui propongo in una mia traduzione, così si esprime:

Trasferire il quadro il muro la brezza
Il fiore il bicchiere la lucentezza del legno
E la fredda e vergine liquidità dell’acqua
Nel mondo della poesia limpido e rigoroso

Preservare da decadenza morte e rovina
L’istante reale di apparizione e di sorpresa
Guardare in un mondo chiaro
Il gesto chiaro della mano toccando la tavola

(tratta da Livro Sexto, 1962, Editorial Caminho)

Vi è narrata la missione del poeta: “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e sorpresa”. I poeti vanno a stanare la poesia nelle cose. Guardano un quadro o un muro? Lì trovano qualcosa che li mette in contatto con la poesia, si apre una porta attraverso la quale avviene un trasferimento, degli oggetti e dei fenomeni osservati, in un mondo “limpido e rigoroso”, in “un mondo chiaro”; i poeti vedono un mondo chiaro, sono dei mistici ben piantati in terra. Allora la poesia, per tornare alla tua domanda, è ancora in gran parte da scolpire, e non finirà mai di esserlo, almeno finché ci sarà un “occhio” che potrà, o vorrà, osservare nel mondo chiaro di cui parla Sophia de Mello, riuscendo a “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e di sorpresa”.

Già Democrito riconosceva nel proprio simile un’immensa ricchezza da cui trarre nutrimento spirituale: “Per me una persona è come un’intera nazione, e una nazione come una singola persona”. Quanto è importante per te il confronto e il contatto tra spiriti diversi che s’incontrano in un unico spazio condiviso?

E’ tutto! E’ importantissimo. Senza condivisione c’è morte spirituale, artistica, umana: c’è inferno. L’inferno, molto probabilmente, è una condizione esistenziale in cui non v’è la condivisione. La condivisione è una necessità di ogni essere umano, anche di coloro che in apparenza si chiudono gravemente in sé stessi. In particolare nell’arte è fondamentale. Ti immagini se un poeta scrivesse solo per sé stesso, o un ballerino ballasse solo per sé stesso? Penso che quando scriviamo o quando balliamo, o quando dipingiamo, se andiamo a indagare, sotto sotto, c’è sempre un pubblico davanti al quale stiamo agendo, un pubblico reale o simulato nel pensiero, un pubblico che forse verrà, qualcuno davanti al quale la nostra arte diventerà oggettiva, fosse anche soltanto la nostra coscienza.

E anche per combattere la tentazione del solipsismo poetico, io e Giuliano Brenna, abbiamo fondato il sito di letteratura. Esso prende spunto dalla famosa opera proustiana ma attira soprattutto per quella parola “ricerca”. Ricerca di che cosa?... Ricerca anche intesa di altri, di te, di lui, di tutti coloro che vogliono andare avanti in cordata, crescere insieme, evolvere, capire, migliorare, mettersi in gioco nel pensiero di un altro simile, di molti altri, insomma di donarsi, letterariamente parlando e non solo. Abbiamo visto molti fiori sbocciare, piante crescere, dare frutti, abbiamo visto cose molto belle, in un luogo che vuole essere essenzialmente accogliente, senza caste o baronie… almeno ci proviamo. Vorremmo una letteratura fondata sulla vita, sulla reciprocità, su intenti comuni, un popolo di poeti che sappia camminare insieme, senza punte di autoaffermazioni. Siamo coscienti che nel camminare insieme, nell’apertura totale a chiunque, ci saranno scritture diverse, per dirla chiaramente, di livello differente, ma ognuno di noi sa bene che la crescita è una potenzialità e una opportunità per tutti, e che nella relazione può essere realizzata con soddisfazione. Vorremmo, più che un singolo grande poeta, una armonia di poeti.

Spesso nelle tue poesie, anche se non è chiamato per nome, vibra la costante presenza del Silenzio. Per Picard, quest’ultimo ha un aspetto poetico, non si identifica con il non-essere e lo immagina come un grande tappeto dove le cose scorrono. “La parola che deriva soltanto da un’altra parola è dura e aggressiva. Una parola siffatta è, per giunta, solitaria: una gran parte della malinconia odierna deriva dal fatto che l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio. Questo ripudio del silenzio ha per l’uomo il peso di una colpa, colpa che si manifesta sotto forma di malinconia.” Dunque parola e silenzio sono legati: la parola sa del silenzio come il silenzio sa della parola. Come interpreti le parole di Picard, e quanto è funzionale il silenzio durante il momento creativo?

Sottoscrivo l’affermazione di Picard, mi ci ritrovo. Penso che non sia necessario darne un’interpretazione, le sue parole sono esaustive, chiare, per me condivisibili. In particolare mi colpisce l’affermazione “l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio”. E’ un modo di fare che, a mio avviso, ritroviamo in tutti i mezzi di comunicazione, in tutti i Media, da essi sembra emergere il fatto che il silenzio non vada bene… si cerca sempre di evitare tali momenti, con parole, immagini sovrabbondanti o musica. Ma anche tra le persone talvolta c’è paura del silenzio, si ha paura che stare in silenzio davanti a un’altra persona, o al fianco, possa essere segno di maleducazione, la cosa imbarazza e allora si parla del tempo, o di chissà che cosa. Talvolta non sappiamo stare in silenzio neanche con noi stessi, qualche volta parliamo da soli, pensiamo in maniera spropositata a tutti i nostri impegni e attività, accendiamo tv e radio, o computer: dobbiamo compensare la “noia” del silenzio. Forse questa lotta al silenzio deriva dalla paura, dalla paura di capire che la vita che stiamo conducendo è sbagliata, c’è paura che dal silenzio emerga chiara la voce della nostra coscienza, la voce di Dio, per chi crede, e quella voce ci chiami a qualcosa di diverso, qualcosa che non è in linea con lo standard del mondo. Così facendo, anzi, così non facendo silenzio, quanto perdiamo? Forse la nostra stessa vita. Sappiamo bene che gli attimi di silenzio sono preziosi e che in quei momenti le voci che salgono da dentro possono renderci nuovi e liberi. Sono voci che hanno la potenza di generare, di creare. L’atto creativo, non solo artistico, nasce dal silenzio, sale dal silenzio, s’espande, nel silenzio, dentro la nostra anima, ci rende dèi… ma senza nulla togliere a Dio, non è certo un confronto con lui che vogliamo qui fare. Dèi in quanto capaci di fare il bene o il male di noi stessi e dei nostri prossimi.

Se per Sartre il prosatore illumina i sentimenti man a mano che li espone, “il poeta, invece, quando ha versato le sue passioni nella poesia, non le riconosce più: le parole se ne impadroniscono, se ne imbevono e le trasformano. L’emozione è diventata cosa, ha ora l’opacità delle cose”. Jean Paul attribuisce concretezza alla parola del poeta che, invece di conoscere prima le cose dal loro nome, è come se stabilisse subito un contatto silenzioso per scoprire una tenue luminosità corporea nel momento in cui esso si volge alle parole. Quanto condividi questo pensiero?

Posso dirti che per me avviene così: quando scrivo un testo parto da parole che salgono da dentro, come una sorta di incipit che dà il senso del pensiero, un pensiero che si sviluppa quando osservo una cosa, un’azione, una persona, oppure quando vivo un’esperienza sensoriale che talvolta evoca ricordi o fantasia. Cerco di scrivere subito questa sorta di incipit, prima che evapori, se non riesco a scriverlo, perché non ho carta e penna, allora lo ripeto fintanto che arrivo alla più vicina penna con foglio di carta e trasferisco il mio pensiero lì sopra. Se ho tempo mi fermo e con calma faccio emergere il resto con pazienza, provando a scrivere le parole più adatte a consolidare l’intuizione. Una volta fatto questo chiudo il quaderno, o ripongo il foglio, e lo scritto è dimenticato, fino a quando lo riprenderò, ma dopo molto tempo, per inserirlo in una raccolta o quant’altro, lavorandoci sopra assiduamente. Per tornare alla domanda, sento vero il fatto che una volta che ho riversato le “passioni” nella poesia, le parole se ne sono imbevute e io le ho perse.
In genere sulle poesie lavoro moltissimo, fino a che non ottengo ciò che voglio, a quel punto la passione è completamente persa, nel senso che la poesia potrebbe essere stata scritta da un altro, ma, in realtà, chi perde trova, e difatti le poesie, così lavorate, mi restituiscono la “passione” iniziale, ma levigata, ripulita, universalizzata: le parole ne sono diventate custodi, non più io, il poeta le ha perse. Se mi chiedi di dirti a memoria un mio verso, non saprei farlo… tutto mi si opacizza, per dirla alla Sartre.

Cosa sarebbero le nostre città se al posto dei manifesti pubblicitari fossero stampati versi di poesie, se l’arte venisse riconosciuta come parte fondamentale delle nostre vite in modo da integrarsi perfettamente con lo sviluppo materiale del processo storico?

Stai parlando di fantascienza. Ma non vorrei mai vedere stampate poesie per le strade al posto dei manifesti pubblicitari, è un modo di vedere tipico del mondo consumista, consumare poesia, pubblicizzare poesia, poi la poesia di chi? Della Mondadori? Dell’Einaudi? Pur con tutto il rispetto, no. Si sa che avrebbero la meglio coloro che hanno più soldi, ma di fatto è già così, ultimamente vedo in giro per Roma manifesti pubblicitari di romanzi, come fossero tortellini di Giovanni Rana (il primo che mi viene in mente).
Semmai sarebbe necessario creare le condizioni, anche abolendo tutti i cartelloni pubblicitari, affinché le giovani e le vecchie generazioni possano recuperare la passione per l’uomo, per la natura, per la convivenza, per le città vissute a misura d’uomo. Se si recuperassero queste passioni-valori la poesia tornerebbe manifesta, sarebbe la vita stessa, forse non ci sarebbe neppure più bisogno di scrivere poesia, perché staremmo bene, magari canteremmo e balleremmo, ma non quelle stupide canzoni da botteghino… nel tuo caso anche dipingere sarebbe forse più facile, alla luce di una serenità sociale ritrovata… almeno la si cercasse… invece i tempi sono disonesti, bui: la poesia sembra cosa ridicola; tante persone non vengono rispettate, anzi sono oggetto di disprezzo, di razzismo… fondato su cosa? Sul moralismo assolutista di altri che pensano di avere nella storia ragioni persecutorie, e che invece dovrebbero essere esempio d’apertura, accoglienza e pace.

“Potrebbe ben accadere che la luce interiore emergesse una buona volta da noi, sì da non aver più bisogno d’altro” (Goethe). Basterebbe dunque sviluppare con passione le proprie facoltà spirituali per capire dove risiede la vera ricchezza. Una fortuna che ha ben poco di materiale ma che sprofonda l’anima di gioia e di immensa gratitudine per l’esistenza ancora concessale. Oggi la poesia è ancora in grado di illuminare gli uomini?

A questa domanda penso di avere già risposto nella precedente. Sì, la poesia è in grado di illuminare gli uomini, ma quelli che lo vogliono. Non c’è mai da dimenticare la libertà delle persone, di questi tempi ci si dimentica spesso del valore delle persone e della loro libertà, ma anche dei loro diritti, e certo anche dei doveri. In una mia poesia, riportata in “Cielo indiviso”, Manni Editori, 2008, affermo:

Che cosa sarebbe dell’umanità
senza i poeti
che con le loro lance verso il cielo
ne sostengono l’orgoglio
e il giudizio?


La poesia ha il dovere di sciogliere i lacci dei tempi moderni. Sempre Sophia de Mello affermava che la poesia è rivoluzione! Ecco qua un passaggio assai interessante, parte di un discorso più ampio (la versione integrale si trova qua): “L’amore positivo della vita cerca l’integrità. Poiché cerca l’integrità dell’uomo la poesia in una società come quella in cui viviamo è necessariamente rivoluzionaria - è il non-accettare fondamentale. La poesia non ha mai detto a qualcuno d’avere pazienza. […] È la poesia che mi implica, che mi fa esistere nello stare e mi fa stare nell’esistere. È la poesia che rende intero il mio stare sulla terra. E poiché è la più profonda implicazione dell’uomo nel reale, la poesia è necessariamente politica e fondamento della politica. La poesia cerca infatti il vero stare sulla terra dell’uomo e perciò non può estraniarsi da quella forma dello stare sulla terra che è la politica. Così come cerca la vera relazione dell’uomo con l’albero o con il fiume, il poeta cerca la vera relazione con gli altri uomini. Questo l’obbliga a cercare ciò che è giusto, questo lo implica in quella ricerca di giustizia che è la politica. […]”. E con queste parole ho concluso.

Grazie, dunque, Sofia, per queste tue domande che mi hanno permesso di meditare un poco sulla poesia e sul senso della mia scrittura. Complimenti per il tuo blog, pieno di spunti di riflessione, ma soprattutto complimenti per i tuoi quadri, li trovo particolarmente pregni di armonie e importanti necessità espressive.

Sul concetto di Armonia

Ovvero il miracolo della Poesia

In ogni singolo foglio è già contenuto il patrimonio genetico di un’anima non ancora visibile. Sono creature che gemono in silenzio, pregando che qualcuno possa cogliere la loro voce naturale senza essere storpiata dall’idea. Ma in quell’anima, impronta fossile di ciò che è stato albero, è cicatrizzata la forza mercuriale della natura. Basta un po’ di colore leggero e velato che l’anima ancestrale della vita riaffiora, mostrando l’indicibile bellezza di cui essa è dotata. Forme ctonie splendono nuovamente alla luce della nostra anima; siamo così in grado di ammirarle di nuovo nello scorrere silenzioso del tempo. Nel foglio è già conservato tutto ciò che dovrà essere narrato. Il colore non dovrà essere autoritario, ma unirsi in amore con ciò che è e ciò che sarà. Solo così arriveremo a sprofondare con lo spirito nella cadenza dolce di giochi armonici e strutture leggere che scompariranno per poi ricomparire di nuovo, come nuvole che mutano continuamente forma. Non dobbiamo avere paura di ciò che non riusciamo ancora a vedere, perché solo l’occhio interiore e indefesso dell’anima riesce a illuminare ciò che prima era apparentemente velato dall’anonimato. Il foglio è già storia, racconto foriero di un disegno che verrà; per questo il colore non dovrà sovrapporsi con arroganza ma cogliere tutte le deformità e le imperfezioni che rendono unico e irripetibile il supporto su cui andiamo a oggettivare la nostra sensibilità pittorica. Coloro che vivono di creatività, sono talvolta soggetti a delle crisi creative che riescono a superare in un modo soltanto: lavorando. Ma come possiamo esaurirci, se ciò che affiora non è la nostra idea ma il nostro univoco sentire? Come possiamo vivere periodi di spaesamento se tutto è già pronto per nascere ed essere visto anche dagli uomini più sordi? Occorre fede, silenzio e amore per attendere il momento in cui la sensibilità umana e quella naturale delle cose si fondano armonicamente con il Tutto. Le barriere tra sogno e realtà vengono per sempre trascese, in quanto nella pittura entrambi i fenomeni coesistono. Così come il colore accompagnerà l’anima verso la vita, la voce poetante del pittore si trasformerà in oggetto visibilmente concreto, vivo e vibrante, mentre mille echi giunti dalla realtà esterna risuoneranno nella cassa armonica del sentimento. Nelle superfici già immerse di colore, siano pure di dimensioni molto ridotte, è sempre presente un ampio spazio su cui portare la mente al pascolo. Essa ne esplora il nitore, accarezza le forme per individuarne la presenza, disseziona gli aspetti visibili per poterli ricomporre in intarsi inediti. Grappoli iridescenti d’immagini affiorano dallo spazio su cui la mente naviga in un accentuato e gioviale sentimento. Poi spetta ad essa il compito più difficile: cogliere tra il caos di quelle immagini, l’anima vera che si nasconde dietro questo chiacchiericcio poetico di voci che tendono a sovrapporsi l’una sull’altra, senza un ordine preciso. Entra così in gioco colei che unisce i mondi dopo essere stati sezionati dal finissimo bisturi del motivo contemplante. Il passo leggero e danzante di una matita individua la forma, scoprendola nuda in tutta la sua esangue bellezza ancora nascente. I confini egoici della mente sono stati ormai abbattuti e superati dalla forza creativa. Il miracolo è avvenuto: l’anima si è sciolta dai meccanismi strutturali e logici dello spirito. Essa è libera di pullulare nell’immaginario fantastico, divenuto reale, del supporto cartaceo. I doni lirici delle anime sono infiniti quanto infinite sono le creature che aspettano di essere individuate per diventare visibili agli occhi di coloro che vedono la realtà in modo ancora asettico. L’irripetibile slancio della giovinezza si ripete così ogni volta, quando l’atto creativo pone avvio ad una nuova nascita. Tendere all’armonia, significa interiorizzare la soluzione formale nella sua interezza mantenendo l’impulso prepoetico e originario. Occorre mantenere la volubilità della forma se essa si ostina a varcare i propri confini, spingendosi verso una forza oscura e illimitata che il colore provvede a rinforzare. Non dobbiamo impedire che essa si muova nello spazio con la stessa leggerezza in cui è sorta dinnanzi all’occhio interiore della sensibilità creativa. Lo stetoscopio della nostra anima andrà ad auscultare la nuova voce poetante; essa sentirà il suo battito come lei sentirà il nostro, per unirsi nell’unica pulsazione della vita. Suoneranno all’unisono: ecco il volto dell’Armonia. Le maschere dell’abitudine e la volgarità dell’ottuso sentire scompariranno, quando il fantastico nitore della pittura si manifesterà in tutta la sua melanconica bellezza.

Una donna distratta

Il vecchio vola


Lo vidi volare con l'ultimo fiore colto tra le dita.
Il brivido della leggerezza percorse la sua anima,
- divenne cenere di luce che evapora su sprazzi d'aria -

Mostra personale a Milano: LA POESIA DELL'IMMAGINE


SOFIA RONDELLI
La Poesia dell’Immagine: Melodia, Armonia e Leggerezza delle Forme

SpaziArti Ungallery
Corso Buenos Aires, 23 - Milano
http://www.spaziarti.com/ info@spaziarti.com
statart@gmail.com

Inaugurazione mercoledì 20 ottobre ore 18:30, fino al 13 novembre 2010

SpaziArti Ungallery presenta la mostra SOFIA RONDELLI – La Poesia dell’Immagine: Melodia, Armonia e Leggerezza delle Forme, a cura di StatArt (Daniela Pacchiana, Jessica Paolillo e Carmen Tatò), una delle prime personali dell’artista.

Giovanissima artista di talento, dalla spiccata sensibilità artistica che mostra già una personale e raffinata ricercatezza stilistica. Venticinque opere, la maggior parte delle quali esposte al pubblico per la prima volta – “Sulle corde della leggerezza”, “Uomo danzante su alligatore”, “L’uomo preso dalle parole” – immergono lo spettatore in un mondo parallelo, quasi fantastico, in cui Sofia Rondelli ci accompagna per mano in un cammino di conoscenza della natura universale. Alla ricerca di un mondo metafisico in cui tutto è celato e nel quale si incontrano sorprese, avventure e si vivono sentimenti ed emozioni a volte dimenticati, come la tenerezza di un abbraccio. Danza armonica di linee fluttuanti che – come in un immaginario onirico – compongono forme e figure che liberano la mente e aprono il nostro io interiore a mondi sconfinati, in cui l’orizzonte si perde in una nebbia soffice di colori ovattati e velati. Equilibrio, melodia delle forme e levità delle figure sottolineano l’armonia che pervade i quadri, rendendo l’osservatore libero di librarsi in uno spazio sereno, mai banale o frivolo. Piccoli segni, tratti, linee impercettibili con cui riesce a rendere i sentimenti, gli stati d’animo e le emozioni: semplicità disarmante e al tempo stesso profondità delle tematiche affrontate. L’artista attenua e sfuma la realtà dove sogno e concretezza si fondono e confondono.
Sofia Rondelli, mediante la tecnica dell’acquarello, induce il fruitore a soffermarsi con maggiore attenzione sui suoi quadri per poter cogliere l’essenza formale, ma anche gli elementi che costituiscono l’uomo, la natura e la vita nel suo complesso. Silenzi, pause e attese sono funzionali alla sua creazione riflessiva e meditativa.


Inaugurazione 20 ottobre 2010 ore 18:30
SpaziArti Ungallery è aperta tutti i giorni, esclusa la domenica, dalle ore 17:00 alle ore 19:30.


Testo critico di StatArt, Daniela Pacchiana e Carmen Tatò

Sofia Rondelli – giovanissima artista di talento dalla spiccata sensibilità artistica – mostra già una personale e raffinata ricercatezza stilistica. Leggerezza, armoniosità corale, materia sottile e delicata sono le peculiarità delle sue opere. Danza armonica di linee fluttuanti che – come in un immaginario onirico – compongono forme e figure che liberano la mente e aprono il nostro io interiore a mondi sconfinati, in cui l’orizzonte si perde in una nebbia soffice di colori ovattati e velati. Forti e chiari sono i riferimenti al giapponesismo: semplicità, compostezza, delicatezza, matericità quasi impercettibile ed eterea rendono i segni e le linee tanto sottili ed eleganti.Elemento principale alla base della sua creazione è il rapporto con la superficie pittorica. La lenta preparazione del supporto – carta o tavola su cui poi prendono vita le figure – è frutto di un lungo processo di meditazione e d’ideazione. Sfruttando tutte le caratteristiche della tecnica dell’acquarello, Sofia Rondelli asseconda i tempi evolutivi della natura: silenzi, pause e attese sono funzionali alla sua creazione riflessiva e meditativa. Spesso le figure si dissolvono nello spazio con fragile delicatezza, diventando un tutt’uno con lo sfondo.

Non esiste separazione netta, ma le forme e le superfici si amalgamano. Si perde corposità, plasticità, dinamismo che si dissolve nella bidimensionalità del foglio. Modulazione di velature materiche, sovrapposizione di più immagini e composizione di più strati. Le campiture cromatiche e formali sono calibrate e ben calcolate. Il colore perde cromia attenuandosi su sfumature terree e quasi monocrome. In alcune opere si giunge a una composizione polimaterica. L’indeterminatezza della forma fa si che a un primo sguardo le opere paiano astratte. Sofia Rondelli, proprio attraverso la sua tecnica pittorica, induce il fruitore a soffermarsi con maggiore attenzione sulle opere per poter cogliere l’essenza formale ma anche gli elementi che costituiscono l’uomo, la natura e la vita nel suo complesso. I soggetti, pertanto, si compongono lentamente nella mente dell’osservatore come in Uomo danzante su alligatore. L’artista cerca in questo modo di attenuare la frenesia dei nostri tempi, spingendo lo spettatore a riflettere sulla sua condizione e sulla propria esistenza; ma ci fornisce anche la possibilità di un riscatto, di una speranza escatologica. Equilibrio, melodia delle forme e levità delle figure sottolineano l’armonia che pervade i quadri, rendendo l’osservatore libero di volare in un spazio sereno, mai banale o frivolo.

Si accede così a un universo parallelo, quasi fantastico, in cui Sofia Rondelli ci accompagna per mano in un cammino di conoscenza della natura universale. Alla ricerca di un mondo metafisico in cui tutto è celato e nel quale si incontrano sorprese, avventure e si vivono sentimenti ed emozioni a volte dimenticate, come la tenerezza di un abbraccio. Abbraccio notturno e Bambino sensibile. Assorbe le esperienze del quotidiano attraverso una rielaborazione e una sedimentazione nella coscienza, attendendo l’attimo in cui le forme si compongono e danno una visione poco convenzionale della verità del nostro io.Con piccoli segni, tratti, linee impercettibili riesce a rendere i sentimenti, gli stati d’animo e le emozioni: Ti salverò; Ricordo di un clown. Semplicità disarmante e al tempo stesso profondità delle tematiche affrontate, come in L’ebreo; Cavallo etrusco; L’uomo che chiedeva l’Africa. L’artista attenua e sfuma la realtà dove sogno e concretezza si fondono e confondono. Reale e irreale si avvicinano rompendo la sottilissima soglia che li separa. Il mondo infantile, del disegno e del graffitismo viene impiegato a fini espressivi e comunicativi. La parola, la scrittura, condensano i temi fondamentali affrontati dall’artista. Poesia e filosofia irrompono nei suoi quadri. A volte esiste l’impossibilità dell’uomo di esprimere e liberare il proprio universo introspettivo, il proprio Mare dentro, ma l’arte arriva in soccorso per dargli sfogo, per far esprimere ciò che è portiamo dentro: la nostra identità. Figure che piovono dal cielo e planano verso terra grazie a un paracadute di parole, frammenti di pensieri, come in Il collezionista di parole, La rete di pensieri e L’uomo preso dalle parole. L’anima dell’artista si manifesta perciò nella fragile tenerezza e silenziosa armonia che caratterizza i quadri, “che esprimono le diverse sfumature dell’universo interiore di cui ogni essere è dotato”.

Sull'atto di creare

Non condivido coloro che affrontano l’esperienza pittorica uscendo fuori da sé. I primi tentativi dell’impresa espressiva richiedono concentrazione, uno studio indefesso e costante circa la verità che vogliamo esprimere attraverso il concetto di arte. Diffido di coloro che dicono di essere a servizio della propria esperienza artistica quando nel momento in cui dipingono trattengono conversazioni, pensano ad altro e trattano un matita come se fosse uno strumento qualsiasi. Tarkovskij dichiarava che “l’artista ha diritto alla creazione soltanto quando essa costituisce una sua esigenza vitale, quando essa per lui non è un’attività secondaria o casuale, ma l’unica forma esistente del suo io riproducente”. Si comprende dunque, quanto la mancata conoscenza delle proprie esigenze interiori porti ad usufruire dell’esperienza pittorica come un palliativo per assecondare in modo ristretto e confuso il proprio io creativo. Credo che il compito principale della pittura, o anche dell’arte in generale, sia quello di coadiuvare noi stessi ad esprimere quel mondo spirituale di cui siamo consapevoli portatori. E’ nel momento esatto della creazione che possiamo ritenerci compiuti, nel prolungamento dell’imperfezione del nostro sentire verso la certezza, solida e feconda, della nostra verità. Lo spirito mercuriale dell’artista, talvolta caotico e confuso, deve necessariamente trovare uno sbocco su cui posarsi e, dilatandosi, trovare la sua armonia come in uno specchio d’acqua mosso appena da una brezza leggera per impedire che le acque si imputridiscano. L’afflato lirico dello spirito è l’inizio di un percorso che non termina con il compimento dell’opera d’arte in quanto esso continuerà a librarsi, attraverso i secoli, nelle anime dotate di una sensibile capacità di ascolto. Lo iato tra pittura e anima sono la testimonianza più diretta di una totale adesione a ciò che è esterno, fuori da noi stessi. Non mi piace parlare dell’arte come qualcosa che tendi verso l’assoluto, intesa come una realtà che non dipendi da nessuna legge al di fuori di sé stessa. L’arte è profondamente umana. E’ oggettivazione della nostra conoscenza e contatto aurorale con l’esperienza creativa che trabocca da noi stessi come fiumi sempre abbondanti. Ogni momento di creatività è relativamente autonomo: esso infatti perpetuamente ritorna, nonostante sia esposto ad innumerevoli incarnazioni metaforiche che ci danno l’illusione di una probabile irripetibilità del momento. Il tenue flusso dell’ispirazione, come in molti credono ancora, non giunge dal cielo per mezzo di funzioni taumaturgiche, ma parte dall’interno, dallo spirito, per diramarsi al di là dell’essere come un ramo che tende e urge in una realtà che ha ormai ben poco di terreno. Questa è l’esplorazione e la via della conoscenza più giusta in quanto disinteressata, non mossa da motivi di natura pragmatica. La tensione creativa si trasforma così in un'ansia febbricitante, proclive al forzare i nostri limiti per irrobustirli e spingerli verso una realtà che è già presente, seppur in miniatura, nel nostro pensiero. Essa è destinata a nascere al di là dello spirito e quest’ultimo ha il dovere di redimere questo piccolo seme nel caos del reale, custodendone però l’armonia racchiusa originariamente. La dote straordinaria della facoltà spirituale è che supera i confini materici del corpo; è forza oscura e indivisa di espansione che si muove per ragioni del tutto irrazionali. Durante l’atto creativo, cessa di lavorare su se stesso per spingersi, come un’onda marina, su terre sconosciute, aride di spiritualità, per posare la propria impronta su ciò che prima era asperso di anonimità. Lo spirito è continua tensione verso ciò che è privo di anima.“Insistete su voi stessi e non imitate mai” diceva Emerson in una sua affollatissima conferenza. Soltanto momenti di solitudine o di quieto contatto con il mondo esterno, possono restituirci a noi stessi, allo studio fecondo della nostra rappresentazione. Perché l’uomo non è ricco nella materia che possiede o produce, ma nell’espressione che trova stimolo o addirittura voce dallo spirito. Attraverso l’esperienza artistica il reale s’infrange in mille pezzi. Abbiamo due possibilità di costituire una nuova rappresentazione autonoma e indipendente da fattori che discendono dallo spirito: si ricompone l’immagine casualmente, andando per intuizione, scartando la continuità spaziale e temporale della realtà, deturpando convenzioni e sostegni verbali, oppure ci serviamo di pochi elementi traendo da essi tutto il nutrimento necessario per il momento creativo. Ogni sforzo che cercherà di trovare una corrispondenza superiore attraverso ciò che non è già più reale, sarà letteralmente vano. L’esperienza pittorica mantiene nelle sue fondamenta la conoscenza, approssimativa o completa, del mondo reale depauperata dall’interpretazione unica e irripetibile dell’artista. Egli non è inventore, non è mago e taumaturgo, ma espressione del tempo in cui vive. Le immagini non coincidono più con il loro oggetto e le nostre azioni con i sentimenti che le hanno generate; eppure ancora si mantiene una sottile corrispondenza tra la creazione dell’opera e il motivo ispiratore, come un filo nutritivo che alimenta spiritualmente entrambe le parti. In arte non abbiamo frammentarietà, ma evoluzione, continuità, rivalutazione di antichi canoni o principi come se tutto fosse destinato ad un eterno ritorno.

STALKER: un film di Andrej Tarkovskij

Tu sei re.
Vivi solo.

Scegli liberamente la strada
e va dove ti conduce il tuo libero ingegno,
perfezionando i frutti dei tuoi diletti pensieri,
senza chiedere premi per la tua nobile impresa.

Essi sono dentro di te. Tu stesso sei il tuo giudice supremo: tu sai giudicare, più severamente di ogni altro,
la tua opera.

Ne sei contento, o giudice esigente?
Questi versi di Puškin esprimono in sintesi la straordinaria coerenza poetica dell’artista. Non sono fattori di natura utilitaristica o pragmatica a deviare il processo creativo dell’arte, in quanto altrimenti essa non corrisponderebbe più al catartico meccanismo interiore da cui l’opera artistica dipende. “L’arte priva di spiritualità reca in se stessa la propria tragedia” dichiarava Tarkovskij nel volume Scolpire il tempo. Per un un’arte così complessa come quella cinematografica, la libertà espressiva dell’autore diventa estremamente difficile per motivi che sono strettamente legati alla sfera finanziaria. Ciò accade perché la politica culturale associa il cinema ad una forma di lucro, non riconoscendo in essa dignità e diletto artistico. E’ quella stessa politica, spiritualmente retrograda, che pensa a “rimpinzare lo spettatore con nefasti surrogati e imitazioni che corrompono irreparabilmente il gusto”. La “massa” si aspetta dal cinema avventure esotiche, esperienze nuove, avvincenti, scartando a priori un interlocutore intelligente in grado di scuotere le coscienze sulle problematiche culturali del proprio tempo. Nel capitolo L’autore alla ricerca dello spettatore, il regista si pone una domanda a cui però preferisce non rispondere: “Quali sono le cause della sordità estetica e talora morale di un’enorme quantità di persone? Chi è colpevole di questo? Ed è possibile aiutare queste persone a farsi partecipi dell’elevato e del bello, dei nobili moti spirituali suscitati dall’arte autentica?”. Probabilmente sordità morale ed estetica provengono da un perpetuo ottundimento delle facoltà riguardanti lo spirito. L’uomo moderno è accecato da un folle desiderio materiale che opprime e deturpa la sua innata capacità d’interrogarsi e di porre giudizio su di sé e sul mondo. Affinché l’arte diventi parte costitutiva della vita, senza ridursi a pletorici surrogati che si spacciano per tale, è necessario avviare una purificazione interiore condotta con estrema sincerità e consapevolezza. “La gente non ha più bisogno del bello, dello spirituale, e consuma i film come bottigliette di Coca-Cola”: la maggior parte delle nostre azioni hanno fini materiali e ciò che può essere il mero prodotto di un lavoro spirituale, rischia di dover essere traslato in una chiave consumistica. Solo il concetto astratto dell’arte sembra oggigiorno, essere l’unica forma retriva di pensiero, in quanto si oppone ad un progresso fondato su interessi utilitari. E’ dunque comprensibile se il procedere artistico sia principalmente un’attività solipsistica che richiede impegno e fatica, perché “un vero creare rende soli e richiede qualcosa che bisogna strappare alla comodità della vita”, se vogliamo dirlo rammentando le parole di H. Hesse. Sforzarsi di compiacere la grande “massa”, significherebbe non adempiere alle proprie esigenze interiori e alle sue immanenti leggi di sviluppo. Eppure il compito dell’artista non termina nel momento della creazione, ma nel voler trasmettere la propria verità rappresentando l’immagine particolarissima del reale, affinché l’umanità possa condividerne l’esperienza.

Non dormire, non dormire, artista,
non abbandonarti al sonno..
Tu sei l’ostaggio dell’eternità,
il prigioniero del tempo..


Tarkovskij riprende i versi di Pasternak condividendone il pensiero conduttore: “l’artista è condannato a comprendere di essere il prodotto del tempo e delle persone tra le quali egli vive”. E per Heerkomer l’arte diventa, nel senso pieno della parola, servitrice del popolo. Se il momento creativo che precede l’opera d’arte è caratterizzato da solitudine, pare che l’artista sia mosso da una sorta di salvifica missione che ne comprenda l’importanza sociale, in un atteggiamento di responsabilità nei confronti della propria attività.

Questa breve introduzione circa il pensiero tarkovskiano sull’arte, è necessaria per giungere e comprendere a pieno il punto nevralgico, massimo e poetico del terzultimo film, Stalker, del 1979. Diverse sono le simbologie, i raffronti, i temi che percorrono la trama scarna del film, ma solo un aspetto prevale sul resto, solo una verità si mostra nuda dinnanzi allo spettatore che vuole spingersi oltre, rovistare dentro il suo inconscio per carpire la parte più intimistica di sé, rivelandola. Falange di critici ci hanno rivelato le simbologie più nascoste, le citazioni bergmaniane e dostoevskiane, l’accuratezza fotografica e la scelta di adottare una struttura frontale della composizione. Esse sono sfumature, parti complementari che edificano il film, strutture secondarie che concernono ad un’unica, grande verità. Qual è dunque il tema che deve realmente echeggiare in Stalker? Tarkovskij brevissimamente ci risponde così: “Si trattava del tema della dignità dell’uomo e della sua sofferenza per la mancanza di tale dignità”. Ma cosa significa “dignità” per il regista russo? Essa è scoperta del proprio “io” ad un determinato livello spirituale che si sforza di raggiungere un livello tale di perfezione da rinunciare al pragmatismo di una società materialistica. Questa dignità nell’uomo moderno, per Tarkovskij è pressoché assente, diviso da una muraglia di estraneazione che scissa l’individuo dall’umanità. Stalker mette in luce sia l’imminente annientamento della nostra civiltà per il mancato aspetto spirituale del processo storico, sia la fiducia sull’atto disinteressato e incondizionato di amare. I film di Antonioni si chiudono in un angosciante vicolo senza via di uscita; l’occhio freddo e clinico di Moravia si riflette sul grande schermo amplificando la condizione alienante e nevrotica dell’uomo. Non abbiamo un lieto fine ma tutto appare sospeso nell’ineluttabile compimento di un destino su cui l’io è incapace di porre la propria resistenza. Se il regista ferrarese si “limita” a mettere a nudo uno spaccato reale della società, il regista russo non solo dichiara la frattura tra singolo e umanità, ma ne propone la soluzione, la giusta via per ritornare laddove gli uomini hanno “imboccato la strada sbagliata”, come annunciava Domenico nel film Nostalghia. Andrej non ci abbandona al triste relitto di un’umanità ormai priva di spirito ma anzi ci indica, senza profetizzarla, la strada del ritorno verso il recupero necessario dell’armonia di cui l’anima è assetata. Tarkovskij dichiarava di non possedere “quell’organo per sentire Dio”, ma dagli insegnamenti cristiani ne trae l’apertura e la benevolenza verso il prossimo, “che non permetta di rinchiudere l’uomo nei suoi interessi particolari, dettati dall’avidità e dall’egoismo, ma che imponga di donarsi all’altro senza sofismi e senza ragionamenti”. E ancora: “[…] a me sembra che nella lotta per le libertà politiche, indubbiamente assai importanti, gli uomini moderni abbiano dimenticato la libertà di cui hanno goduto gli uomini in ogni tempo: quella di sacrificarsi per l’altro”. Il pensiero tarkovskiano non si ferma sulle pagine di Scolpire il tempo, ma si percuote dal primo fino all’ultimo film, in quanto è precipuo intento del regista mantenere una ferrea coerenza artistica.
Tratto da un racconto dei fratelli Strugackij, il film ruota attorno all’unità spaziale della Zona, un territorio misterioso e pericoloso dove l’accesso è stato proibito dalle autorità dopo averla fatta evacuare. Solo gli studiosi hanno il permesso d’entrata e i curiosi, spinti dall’avventura o dal demone della conoscenza, si fanno guidare dagli Stalker, strani personaggi che per denaro sfidano la morte o la prigione offrendosi come guida nella Zona. Uno di questi, sposato e padre di una bambina senza l’uso delle gambe, si incontra in un tetro bar con due clienti, uno scrittore etilista che ha perso l’ispirazione e uno scienziato che ostenta con pervicacia il suo paravento di certezze. La loro meta è il cuore della Zona, la Stanza dove vengono realizzati i desideri. Il viaggio, viene vissuto come una sorta di lustrale pellegrinaggio che assume il significato di una rinascita morale rifacendosi alla tradizione del Medioevo. Ma può essere anche interpretato come un viaggio nell’inconscio, non dell’uomo ma del mondo, percorso iniziatico da cui, paradossalmente, nessuno esce iniziato se non chi lo era già. La critica cinematografica ha dato spesso delle interpretazioni sul valore simbolico della Zona, ritrovando addirittura delle risonanze orwelliane o più schematicamente, dei motivi di natura socio-politica. Ecco come Tarkovskij risponde davanti a tali deformazioni circa la sua poetica cinematografica: “Io cado in uno stato di rabbia e di disperazione quando sento domande del genere. La Zona, come ogni altra cosa nei miei film, non simboleggia nulla: la Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero”. L’uomo, occidentale soprattutto, è mosso principalmente da tali quesiti: “A che scopo? Per quale motivo? Perché?”. Se lo spettatore davanti alla riproduzione di un mondo reale sublimato in poesia, continua a porsi interrogativi simili a quelli sopracitati, non arriverà a comprendere e soprattutto a godere, in una contemplazione alquanto disinteressata, della disarmante bellezza della natura. Quando si parla di Tarkovskij, è bene troncare fin da subito ogni ricerca volta a scovare metafore, simboli, o contesti simili su cui molti critici hanno dato sfogo ad un’impropria orgia di parole, imbrillantinate fin troppo da erudite elucubrazioni prive di senso. Se lo scienziato cammina sui binari arrugginiti del razionalismo più piatto, lo scrittore s’interroga, esita e prova un’orripilante dicotomia tra desiderio e avversione per la Stanza.

“Supponiamo pure che io entri in quella stanza, divento un genio e ritorno nelle nostre città dimenticate da Dio. Ma l’uomo scrive soltanto perché si tormenta, perché dubita e perché deve continuamente dimostrare a se stesso e agli altri che davvero vale qualcosa. Ma se sapessi con certezza di essere un genio, perché dovrei continuare a scrivere? Me lo sa dire perché?”

Ancora una volta l’idiota dostoevskijano, la cui “santità” risiede nella pervicacia ad essere fedele fino alla disponibilità nei confronti degli altri, si riflette nella figura dello Stalker che personifica la preghiera, la fede, la credenza sulla parte recondita e spirituale dell’uomo. La mancanza di fede da parte del fisico e dello scrittore manderà in crisi il compito dello Stalker: “Ma gente così può credere a qualcosa? Nessuno crede più, non soltanto quei due. Chi posso portare là? Oh Signore! E la cosa peggiore è che non serve a nessuno. A nessuno serve quella stanza e tutti i miei sforzi sono inutili”. La debolezza apparente che anima lo Stalker è in realtà concepita da Tarkovskij come una virtù; essa è espansione esteriore della personalità e assenza del desiderio di sottomettere l’altro e di utilizzarlo per la realizzazione dei propri intenti. Non a caso, la debolezza sarà appalesata durante il film con i versi originariamente tratti dal Tao tê ching di Lao Tzu:

“Quando nasce, l’uomo è tenero e debole; quando muore, è duro e rigido (forte). I diecimila esseri, piante e alberi, durante la vita sono teneri e fragili; quando muoiono, sono secchi e appassiti. Perché ciò che è duro e rigido (forte) è servo della morte; ciò che è tenero e debole è servo della vita.”

L'uomo che scriveva haiku


Guizza la trota,
sul fondale scorrono
le nuvole.


Onitsura
(1661-1738)

ArtisticaMente: mostra di pittura a Sarzana


Venerdì 3 settembre ore 19.00 sarà inaugurata la mostra di pittura ArtisticaMente (locale Miller, Sarzana via N. Mascardi n.27) dove parteciperò fino al giorno 19 dello stesso mese con le seguenti opere :

Cavallo
Mare dentro
Soggetto pensante
Abbraccio notturno
Emozioni in superficie
Naufragio dell'anima
Il solitario
Figure nello spazio
Un malato di cuore
L'uomo che chiedeva l'Africa
Il collezionista di parole
La rete dei pensieri
Ti salverò
Il campo che verrà
Un bambino sensibile
Sulle corde della leggerezza
Parodia del matematico
L'ebreo
Di là

Le opere saranno in vendita. Per maggiori informazioni, contattatemi.


Nel locale si svolgeranno anche salotti letterari sull'arte aperti al pubblico:

05/09 ore 21.30 "Omaggio a Tarkovskij"
08/09 ore 21.30 "Lo spirituale nell'arte" di W.Kandinskij
18/09 ore 21.30 "Scienza aleatoria" raccolta di poesie di Roberto Maggiani

Ingresso libero

ESSERE POETA di Ralph Waldo Emerson

“Sono nato poeta, di basso rango, senza dubbio, ma poeta. E’ questa la mia natura e vocazione.”


“Essere poeta” è forse tra i saggi meno conosciuti di Emerson ma, assieme ad altri testi quali Ispirazione, risultano fondamentali per capire non tanto l’essenza poetica che risiede nell’individuo, ma quanto l’autore avverta in sé la poesia, profondamente e soprattutto coscienziosamente. E’ forse proprio in queste pagine che il padre della letteratura americana parla della poesia con il suo vero nome, chiamandola, invocandola, scovandola dappertutto e partendo da un ideale di letteratura-antiletteraria. Emerson ci offre una scrittura freschissima, leggera, guizzante, che procede addirittura per paradossi, servendosi dell’immaginazione per stregare il lettore con scenari dettati dall’uso di tropi. Sembra quasi di toccarla, di essere vicini a lei, verso quella creatura così fragile che il suo nome è già tutta una canzone che si ripercuote dentro le corde dell’animo. Per Emerson, essa non è una stringata attività di eruditi, manieristiche bizzarrie verbali o una passione di nicchia, ma è quotidianità, elemento fondante dell’esistenza, sostanza rigenerante e costitutiva che annulla ogni eccesso di flemma proprio di una mente annoiata, priva di stimoli interiori.

Essere poeta: già l’essere è poeta. Eppure Emerson avverte una chiara decadenza, in quanto nasciamo uomini dotati dalla convinzione del tutto inconsapevole, che la poesia sia cosa estranea dall’essere, che sia altro da noi o un suo lontanissimo prolungamento. “Troppo flebili cadono su di noi le impressioni della natura per fare di noi degli artisti. Ogni tocco dovrebbe dare i brividi. Ogni uomo dovrebbe essere così artista da riferire nella conversazione quel che gli è accaduto” scrive Emerson nel saggio. Ma oggi non abbiamo tempo per coltivare la spiritualità perché siamo accecati dalla materia, dal fare e dal disfare, dal produrre e dal consumare. Questo è il nostro male, la nostra condanna, l’accumulare continuamente ricchezze per procurarci una fittizia felicità, dimenticando invece ciò che in realtà è prima parte costituiva dell’essere come lo spirito, l’ingegno, l’espressione creativa dell’uomo, in altre parole: Poesia.

La poesia come natura, ovvero come semplicità intesa nel suo più autentico e genuino valore, è prerogativa di una sana esistenza volta a sviluppare la spiritualità interiore. Per Emerson l’atto poetico non è evoluzione di un artificio intellettuale pre-tecnico o erudizione per pochi eletti, ma è concepito come un atto di (seconda) natura e dunque intrinseca dell’essere. La poesia è parte integrante dell’uomo, è una proprietà sostanziale e fondante dello spirito che, dal dato oggettivo, tramuta il reale sublimandosi nel sentimento particolarissimo. Nel poema emersoniano, il poeta è concepito come una figura seminale, che getta semi nel campo fertile del proprio essere, che dal dato oggettivo del reale si riconduce alla propria spiritualità, in un processo alogico che porta il nome di conoscenza. Poesia non è estraneità, altra parte dall’essere, ma andare incontro alla realtà stessa, giungere al suo nodo più profondo e liberarne la sostanza per farla nuovamente propria, con spassionato ardore e crescente entusiasmo. Poesia per Emerson è gaia scienza, perché cerca e si riconduce alla verità, una verità certamente diversa da quella scientifica ma che contestualizzi meglio il reale. Durante la lettura del saggio, è inevitabile e fin troppo naturale fare un riscontro con la poetica di Bruno Schulz. E’ straordinario pensare come due culture dalle tradizioni e dagli sviluppi diversissimi, possano accomunarsi nel fulcro originario della poesia e della parola. La nostalgia di Schulz per l’antepatria verbale (che denomina appunto Poesia) è la stessa che riconosce Emerson: “Il linguaggio è poesia fossile. Come le rocce calcaree del continente sono composte da masse infinite di conchiglie d’animaletti, così il linguaggio è fatto d’immagini o tropi che, nel loro uso secondario, da tempo hanno cessato di ricordarci la loro origine poetica. Ma il poeta nomina la cosa perché la vede, o le si avvicina di un passo in più rispetto a chiunque altro. Quest’espressione, o nominazione, non è arte o tecnica, ma una seconda natura, cresciuta dalla prima, come una foglia spunta da un albero.” Emerson nel suo saggio non inventa nulla di nuovo, anzi, scopre ed esplora il valore etimologico di Poesia. Interiorizza il suo significato originario (poeta come colui che fa, che crea, che inventa e compone), ma ancor prima percepisce il suo straordinario meccanismo come proprio e già esistente. Il poeta è colui che “nomina la cosa perché la vede”, perché riesce a vederla con gli occhi dell'anima, perché è in grado di vederla. Non si parla di un’arte o di una scienza acquisita, ma di una facoltà spirituale e naturale, propria dello spirito, ma Emerson mette bene in chiaro che bisogna riuscire a consapevolizzarci per poter cominciare ad usufruirne in modo disinteressato. Tutto il saggio è un fremito, un mare di metafore e metonimie in ebollizione, tipico della scrittura emersoniana. “Gli uomini hanno realmente acquisito un nuovo senso, e nel loro mondo hanno trovato un altro mondo, o un nido di mondi; perché la metamorfosi, una volta vista, indoviniamo che non s’arresterà”. Ecco dove risiede la potenza creativa del poeta, la facoltà di riuscire ad inoltrarci in un nido di mondi. Nel momento in cui si apprende ciò, l’attività intellettuale non trova momento di pausa perché diventa avida di conoscenza, di sintesi e di interpretazione. “Il poeta è la persona in cui questi poteri sono in equilibrio, è l’uomo senza impedimenti, che vede e tocca con mano ciò che gli altri sognano, che percorre l’intera scala dell’esperienza, ed è rappresentativo dell’uomo, in virtù del suo essere la più ampia potenza ricettiva e distributiva”. Emerson ci parla dell’equilibrio del poeta: quando avviene la scoperta di “un nido di mondi”, la prima reazione è confusione, caos, estraneità ma con uno sforzo di maggiore valutazione, possiamo comprendere che questi mondi infiniti siano in realtà tutti collegati tra di loro, che dipendano l’uno dall’altro, che siano vicendevolmente necessari alla propria presenza. Da ciò deriva organicità, armonia conoscitiva e dunque equilibrio per il poeta stesso, che sa e ha imparato a muoversi tra questi mondi. Quest’ultimi, per Emerson, corrispondono all’Universo, ovvero all’esternarsi dell’anima. Ed è in questo esatto momento, nella consapevolezza di questa armonia dominante che siamo in grado di fare uno sforzo ulteriore: l’immaginazione. Essa “rispetta la causa, è la visione di un’anima ispirata che in tutta la natura legge argomentazioni e affermazioni delle stesse cose che essa è spinta a dire, è una percezione di una reale relazione fra un pensiero e qualche fatto materiale. […] La fantasia aggrega; l’immaginazione anima. La fantasia è legata al colore; l’immaginazione alla forma. La fantasia dipinge; l’immaginazione scolpisce.”

Quando ogni uomo riconoscerà in sé questa seconda natura, “la vita non sarà più un rumore molesto; ora vedrà uomini e donne, riconoscerà i segni con cui si possa discernerli da sciocchi e satanassi. Questo giorno sarà migliore del giorno natale.Allora divenne un animale: ora è invitato nella scienza del reale."

ANTONIA POZZI e il pudore della parola


“Proprio a te doveva accadere di concentrare tutta la vita su un punto, 
e poi scoprire che tutto puoi fare tranne vivere quel punto.”

Cesare Pavese nel diario "Il mestiere di vivere"



Se per Emerson pensare significa fare analogie, riscoprire le effusioni liriche della poesia italiana del Novecento urge a dover ricostruire un’unica rete dove le voci poetiche non appaiono distinte e separate ma figlie di un’unica sofferenza che attinge dalla semplicità del quotidiano, celebrando il distacco della condizione solipsistica propria del poeta. Se l’ombra del suicidio in Pavese era presente fin dalla scomparsa dell’amico Baraldi e dunque la morte sembrava essere l’unica soluzione, in Antonia Pozzi il suicidio non è una scelta o un’idea bramata fin dalla giovinezza, ma l’unico modo per scampare da un pungolo sentimentale frutto di amarezze e delusioni, da un mondo fin troppo borghese nel suo oleografico moralismo che rifiutava il suo amore, espresso chiaramente nelle ultime pagine del diario e nelle poesie raccolte in “Parole”. La vita della Pozzi era incentrata proprio su un unico “punto” e proprio nel momento in cui ha scoperto di non poterlo vivere ha smesso di scrivere poesie e lettere, di pensare a Remo e di sperare ancora di far fruttare quel punto zero, quel punto nero che non si decideva a germogliare, quel punto invivibile ormai solcato da amorosi idilli sentimentali mai interamente vissuti perché inesistenti. Se la solitudine di Pavese trova la propria forza nel rifugio del mito infantile, la solitudine della Pozzi pronuncia afone parole di carta nella struggente constatazione di una permanente dolorosità nei confronti della vita.

Sola. In questa mia bella casa, coi mobili ricchi e dalla radio la voce del paese che amo e ho davanti la piccola lampada della fedeltà che non basta a calmare l’irrequietudine, a riempire la vita. E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi riguadagnerò più. Piccole cose mi scalpellano, miserie mi corrodono. Quanto bene vorrei volere e non c’è nessuno e se qualcuno venisse, ormai è forse troppo tardi e il sangue è ancora malato di te, di voi. […] Penso anche a te, lontanissimo e dolce, che non avevi corpo e mi baciavi così puro: ala bianca dell’adolescenza.

Una volta assaporato l’icore lirico che sorveglia ogni tumulto prepoetico, il fiume interiore e tonificante costituito da pudiche parole che attraversano la sua opera, è tanto forte da incanalare il lettore dentro un particolare occhio apologetico che trae dalla natura la sua fonte d’ispirazione.

Io non so che cosa pagherei per potermi costruire qui, in vista del Ticino, due stanze rustiche e venirci a stare; le mie radici aristocratiche non le sento molto, nemmeno qui, ma le mie radici terriere si, in modo acuto e profondo, e gli uomini dietro l’aratro mi incantano, non solo per un senso di armonia estetica.

Con grande entusiasmo osservo che negli ultimi anni la voce di Antonia Pozzi, morta suicida nel 1938, ha trovato la sua giusta e meritata diffusione. Con la pubblicazione di tutte le sue opere nella collana Garzanti Gli elefanti, adesso è più facile avvicinarsi al lato spirituale della poesia contemporanea che contraddistingue personalità femminili come Alda Merini e Cristina Campo, entrambe vittime di esperienze dolorose che hanno profondamente inciso la loro poetica. Falangi di critici hanno avviato una moltitudine di studi, tesi a ricreare un percorso logico e approfondito della letteratura contemporanea italiana con l’intento di riscoprire poetesse come Daria Menicanti, Lalla Romano e Amelia Rosselli. L’opera che raccoglie le sue liriche, Parole, apparve l’anno successivo alla morte con una prefazione assai acuta e lucida di Montale, che mette in guardia i lettori sull’assenza di sentimentalismo, tipica di quando la vita non risponde come si vorrebbe. Nell’opera di Antonia Pozzi sembra riecheggiare costantemente la poetica pascoliana degli oggetti che, attraversando le “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano e la celebrazione del quotidiano di Saba, sfocia nella sintomatica sintesi del correlativo oggettivo di Montale. Nel canto lirico della Pozzi, non troviamo soltanto una forte adesione sentimentale e calda simpatia verso le “umili cose”, ma una totale partecipazione all’ascolto del proprio canto che vuole trovare un dialogo al di là dello stereotipato costume borghese.
Il 4 febbraio del 1935 con una pagina composta per lo più da brevi periodi, Antonia Pozzi non si limitava a descrivere un temporaneo stato d’animo, ma deificava qualcosa di molto più grande e importante: descriveva la condizione universale dell’uomo e dell’apertura verso il mondo, cercando di rompere quella gabbia di solitudine che imprigionava anche il grande Pavese:

Il mio disordine. E’ in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile. […] Donarsi è abdicare alla propria personalità.

La vita di Antonia si ferma proprio in quel “punto” che è riuscita a vivere solo in modo frammentario. Donarsi non significa soltanto provare dedizione, amore e rispetto ma anche trascendere la particolarità egoica dell’essere, farsi Tutto e niente nello stesso momento, sprofondare nel disordine lirico della natura per ricavarne quell’armonia, tacita e nascosta, che legifera le sacre unioni. La sofferenza elegiaca che traspare da ogni canto, la forte permanenza nelle vicissitudini del reale e la completa dedizione alla presenza delle cose, emanano una fragilità e un sentire interiore ancora più forte del poeta in quanto femminile. Il dolore esperito dalla coscienza sgorga nella poesia, nell’epistolario, nell’abbozzo allo stato larvale di pensieri eunuchi, puri, che cristallizzano la percezione sensoriale di un’anima che fa aderenza, stretta adesione ai sentimenti umani. Antonia non crede alla società; essa è astrazione. Concreto è invece il mondo, la miseria, la Casa degli sfrattati di Milano dai “strani bambini, che quasi non urlano” e la solitudine di cui è consapevole vittima. E’ una concretezza che diventa pietra, muro invalicabile, vetri aguzzi che feriscono e che fanno sgorgare l’espressione più primitiva e arcaica della poesia. Tutto può forse risolversi in un unico canto, in un unico grido di forte speranza, in un “Desiderio di cose leggere”:

[…] Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –