PERCHE’ LEGGERE


“[…] Perché il vero lettore è giovane nella sua essenza. E’ una persona d’intensa curiosità, piena d’idee, aperta e comunicativa, per la quale leggere ha più il carattere di un vigoroso esercizio all’aria aperta che non quella di studiare al chiuso; egli va avanti per la sua strada, s’arrampica sempre più in alto su per le colline finché l’aria non diventa troppo sottile anche solo per respirare”. Così Virginia Woolf nel saggio “Ore in biblioteca” ci descrive le generalità di un qualsiasi attento lettore, risaltandone la sua continua bramosia nel saziarsi di buone letture. Woolf attribuisce al vero lettore l’attributo di “giovane” e bastano piccole note per chiarire questa associazione. Possiamo trarne brevemente due conclusioni: una prettamente letterale, nel quale la lettura è vista come una vispa e allegra attività volta alla ricerca di un’attenta comprensione delle cose. Ma l’aggettivo giovane è anche sinonimo di inesperto, poco maturo, e se vogliamo anche ignorante. Tanto saranno i libri che passeranno sotto i suoi avidi occhi, tanto più accrescerà la consapevolezza della sua ignoranza. Più il suo spirito verrà saziato e più egli sarà tormentato dal suo senso continuo di “fame”. Lo spirito del lettore è essenzialmente giovane in quanto all’accrescersi delle sue conoscenze, ne esisteranno tante altre di cui ne avrà solo un umbratile percezione. Vigerà allora questo grande cammino, questa lunga salita che lo porterà a possedere non la totalità delle conoscenze, ma a godere unicamente del proprio spirito che vedrà non arricchirsi, ma maturarsi sempre più. La lettura è vista non solo come un proprio e personale perseguimento interiore, ma come diretto piacere che placa i moti irrequieti dello spirito. Hermann Hesse, a proposito del breve saggio “Una biblioteca della letteratura universale”, afferma: “Ciascuno deve seguire le proprie esigenze e preferenze, e crearsi a poco a poco una collezione di libri, allo stesso modo come si crea degli amici. Allora una piccola raccolta potrà significare per lui il mondo intero. I lettori veramente buoni sono sempre stati quelli le cui esigenze si sono ristrette a pochissimi libri. […] Chi legge soltanto per passatempo, pur numerose e belle che siano le sue letture, le dimenticherà ben presto e si ritroverà povero come prima. Chi invece legge i libri come si stanno ad ascoltare gli amici, vedrà come essi gli sveleranno i loro tesori e diventeranno per lui un intimo possesso. Quello che egli legge non scivolerà via né andrà perduto, ma al contrario gli rimarrà e gli apparterrà, lo allieterà e lo consolerà come soltanto gli amici sanno fare”. Hesse di certo non voleva attribuire il valore autentico dell’amicizia con la ricchezza di un buon libro, ma ha voluto bensì esprimere quanto molti libri, nel corso della nostra esistenza, contribuiscano sostanzialmente a forgiare il nostro animo, a modellarlo, a plasmarlo verso le proprie attitudini personali. L’interesse del lettore si farà sempre più preciso e chiaro, indirizzandosi magari ad una specifica e ristretta tipologia di libri nel quale egli potrà trarre tutto ciò di cui necessita. La lettura non è sinonimo di cultura, né di sapere. Se provassimo forzatamente ad accostare questi due termini, la nobile attività della lettura perderebbe di suo valore, in quanto incarnerebbe il ruolo di un mezzo o di strumento per arrivare al possedimento di quante più possibili conoscenze. Accosterei invece il termine lettura ad un probabile “appagamento”. Si legge perché siamo alla ricerca di qualcosa che ci riempi perennemente, che accresca il nostro modo di sentire e in molti casi, anche di vedere. Lo scrittore ci prende per mano e ci offre affabilmente la ricchezza di cui solo lui è a capo. Per questo Hesse ci parla dei libri come dei “tesori”, visti non tanto come fuga dall’ignoranza, ma come godimento puro ed intellettuale. Ecco che allora il libro in sé, diventa un punto di partenza, un campo fertile dal quale far sgorgare riflessioni, idee, immagini che andranno a colmare il nostro interiore, portandoci ad un raggiungimento sempre più consapevole delle proprie facoltà percettive. I libri sono guidatori, punti di riferimento, compagni di viaggio che ci svelano l’essenza umana sotto molteplici punti di vista. Hermann aggiunge addirittura che “[…] i libri hanno valore soltanto se guidano alla vita, se sanno servirla e giovarle, ed è sprecata ogni ora di lettura dalla quale non scaturisca per il lettore una scintilla d’energia, un senso di ringiovanimento, un alito di nuova freschezza”. La lettura segna un inizio, una grande spinta dove il lettore con il proprio naviglio, s’imbarca nella profondità del suo pensiero speculando l’immaginazione di cui è capace, affrontando realtà di cui è unico artefice. Quante volte ad ognuno di noi, capita di leggere con la matita tra le mani alla ricerca di quel brano o di quella frase che possa ridestare l’intima speculazione interiore, il dispiegamento della potenzialità narrativa. Il libro non finisce di “vivere” una volta che la lettura è terminata: ogni qual volta ne avremo desiderio, ne ripercorreremo i passi salienti evidenziati un tempo, con un vaporoso sottolineamento, per rileggere quello spunto che aveva fatto sussultare lo spirito. “Leggere spensieratamente e distrattamente è come andare a spasso in un bel paesaggio con gli occhi bendati” continua ancora. La lettura può essere amenità, piacere intellettuale, godimento, ma non per questo deve ricalcare il ruolo di un qualsiasi passatempo. La lettura ancor prima di procurare uno stimolante interesse, deve essere eseguita con estrema attenzione, permettendo di comprendere gli aspetti più profondi del testo rileggendolo anche più di una volta. Quando passeggiamo, può succedere di rimanere ammaliati da un meraviglioso tramonto: ci fermiamo e lo contempliamo in tutta la sua maestosa presenza. Ebbene, dobbiamo necessariamente porre questi condizioni anche quando ci affidiamo alla lettura, ed appariranno del tutto naturali come quando il nostro occhio è catturato da un paesaggio naturalistico. La nostra mente verrà allora folgorata da quelle parole che illuminano le stanze buie del pensiero rinnovandolo, cambiandolo di colore perché portatrici di nuova luce. Hesse determina nel mondo dei libri, anche un ulteriore ricerca di consapevolezza: “Dal leggere bisogna attendersi qualcosa; bisogna spendere energie maggiori, bisogna perdersi per potersi ritrovare più ricchi di consapevolezza. Non vale nulla conoscere la storia della letteratura se da ciascun libro che abbiamo letto non abbiamo tratto gioia, o conforto, o forza, o pace dello spirito”. Le biblioteche delle nostre case, grandi o piccole che siano, non devono essere motivo di vanto o di condizione da erudito, ma devono essere espressione sacra di un santuario per lo spirito. I libri sono come tante piccole porte dalla quale, addentrandoci, è possibile giungere alla complessità strutturale del nostro intelletto, imparando a conoscerlo, ad amarlo e ad accrescerlo con la fortificazione delle esperienze. Saranno fori attraverso cui vedere il proprio animo, nonché contenuto del mondo intero.

Sopra, un bozzetto di Sofia Rondelli

KNUT HAMSUN

"[…] l’antitesi natura-cultura culmina in una sorta di mito del nomade, rivendicatore di un anarchico individualismo e d’un ingenuo idealismo di fronte al dilagante materialismo della civiltà moderna."

Mario Gabrielli

Tutti lo conosciamo come Knut Hamsun ma in pochi sanno che il suo vero nome era Knut Pedersen. L’equivoco, nacque in occasione della seconda pubblicazione di un poemetto: il tipografo sostituì il suo nome con la fattoria di Hamsund, residenza molto apprezzata dallo scrittore norvegese. Da questo errore di stampa, l’autore decise di accettarlo come pseudonimo per tutto il resto della sua vita. Uscito da una famiglia di artigiani e frequentando solo le scuole primarie e secondarie fino a quattordici anni, passò diversi anni vivendo una vita di vagabondaggio, giungendo poi a trent’anni negli Stati Uniti a tenere conferenze su autori nordici come Ibsen, Kielland e su autori russi e francesi come Tolstoj e Zola.

Tutte le mie radici sono nella terra e nella foresta – scriverà a cinquant’anni. – In città vivo una vita artificiosa, tra caffè, battute di spirito e stranezze. Ma io vengo dalla terra”. Nelle isole Lofoten (Norvegia), Hamsun viene assunto come messo comunale e maestro “ambulante” e sarà proprio allora che si risveglierà in lui l’interesse per la letteratura, impegnandolo da quel momento fino al termine della sua vita. Una passione avuta fin da bambino, nata nello stretto ed intimo contatto con la natura vissuta in piena solitudine. Rifiutando la strada del teatro come gli indicò il maestro Bjørnson, Knut desiderava manifestare il proprio pensiero rifiutando di interpretare pensieri e sentimenti altrui. Già si delineava nelle sue prime opere quel carattere selvatico e scontroso che caratterizzerà l’intero ciclo letterario dell’autore, risaltando l’individualità del singolo e il disprezzamento per gli avviluppi sociali. Capolavoro assoluto è Fame (Sult, 1890) nel quale si rivelano diversi punti autobiografici tratti dal periodo in cui visse tra Copenaghen e Cristiania trascorsi senza concludere nulla, soffrendo la fame e accumulando esperienze che gli servirono per la stesura della sua opera che inizierà a Minneapolis. Hamsun viene paragonato ormai a Bjørnson e ad Ibsen, che invece Knut critica perché lo sente troppo vicino al naturalismo francese nel tentativo di dimostrare che ogni individuo si forma per l’influenza dell’ambiente in cui vive. La maggior parte delle sue opere, aldilà dello svolgimento interno delle vicende, possono trovare una somiglianza di stile e di riferimento: l’amore per l’ambiente nordico, specie norvegese, amato soprattutto come “paesaggio”, cioè, in primo luogo come natura.

Fame è il romanzo che lo rese celebre e conosciuto nell’intera Europa intellettuale ed in esso, l’autore vi disegnò per la prima volta il personaggio del vagabondo inteso come essere primitivo, emarginato in una società che volontariamente disprezza. Quello che all’inizio potrebbe sembrare un romanzo scritto sotto l’influsso dei naturalisti francesi si rivela invece uno studio psicologico che ci richiama piuttosto Dostoevskij che Zola. Ciò è confermato anche dalla funzione che ha l’ambito sociale nel romanzo. La realtà, diviene solo un pretesto per narrare la turbolenta vicenda dell’autore, vestito nei panni di uno scrittore che cerca di emergere con la propria determinazione per riuscire a vivere e a trovarsi un alloggio più confortevole. Mediante questo pretesto di riuscire a guadagnare con i propri articoli, Hamsun crea una rete vastissima di tratti psicologici ed interiori che ci ricordano a brevi tratti il Raskolnikov nato tra le pagine di Delitto e Castigo. Il protagonista del romanzo servendosi dell’io narrante, vaga per la città ostile, affiorante attraverso i nomi delle strade e delle località prive di un vero e proprio profilo, in un deprimente e crudo autunno nordico. Scacciato dalla miserabile stanza d’affitto, trascorre i suoi giorni cingendosi a scrivere su una panchina del cimitero o di un parco pubblico. Anche se apparentemente può sembrare di poca importanza, un elemento comune come la panchina, assume nel protagonista un ruolo più che significativo: “Non potevo sedermi su una panchina da solo oppure muovere il piede in qualche luogo senza essere sopraffatto da tanti piccoli e insignificanti accidenti, penose inezie che penetravano nelle mie idee e disperdevano le mie forse a tutti i venti. Un cane che mi strusciasse passando, una rosa gialla all’occhiello d’un signore erano capaci di far vibrare i miei pensieri e occuparmi per ore intere”. E’ proprio con questo breve periodo che Hamsun ci rivela la sua straordinaria attenzione per gli avvenimenti comunissimi della vita quotidiana che lo ingoiano trasformando la sua fervida contemplazione, in una sensibilità che ritroveremo durante lo svolgimento del romanzo. Se l’esistenza, la mancanza di un lavoro e di uno stipendio gli procureranno molto tempo per pensare e osservare, l’autore potrà avvalersi di una personalissima concezione poetica del mondo che emergerà in forma creativa nell’accurata descrizione degli elementi più semplici: “E’ il tempo dell’autunno, in mezzo al carnevale della vita che muore; le rose hanno una bruciatura nel rossore, una strana etica striatura sul loro colore rosso come il sangue”. Nella povertà, il protagonista o meglio l’autore stesso, riscopre il valore autentico dell’ambiente naturale, incontaminato dall’egoistica violenza dell’uomo moderno: “Dimenticavo la miseria e mi dava sollievo la vista del mare che, calmo e bello, si stendeva nella semioscurità”. In un tortuoso ritorno a sé, Knut elabora una propria idea sulla recezione dei moti naturali, sui loro toni e il loro vivo presentarsi, velati di un lontano sentimento nostalgico e malinconico. Knut abbraccia, contempla, medita sulla natura. La osserva nella sua solitudine, l’accoglie e la frammenta interiormente per riappacificarsi con le sue inquietudini interiori. Il disprezzo e l’amarezza per la mala società, verrà lentamente a dissolversi portandolo ad appropriarsi di una pace interiore che lo trascinerà ad un fruttuoso stato di accettazione verso la sua misera condizione di uomo: “Misi le gambe sulla panchina e con le spalle mi appoggiai, così potevo sentire meglio tutta la voluttà dell’isolamento. Non una nuvola nell’anima mia, né un senso di fastidio, non un desiderio o una voglia. Ero con gli occhi aperti in una condizione di completo distacco da me stesso, mi sentivo deliziosamente solo e lontano”. Giunti alla fine del romanzo, si scorge un’evoluzione interiore che ha segnato il personaggio: dall’amara delusione e scoraggiamento provato nei confronti del contesto sociale di cui fa parte, sboccia la consapevolezza della propria diversità e la sospensione di alcun giudizio verso la collettività che lo emargina.
Questa vivida attenzione che Hamsun dimostra per gli aspetti minimali dell’ambiente verrà ampliato fortemente quattro anni dopo la pubblicazione di Fame con Pan. Knut avrà modo di approfondire la sua tematica preferita del solitario contemplativo, adoratore del proprio io nello scenario delle foreste selvagge del Nordland. Il tenente Glahn, vive solitario in una capanna e gode del mondo che lo circonda: “La foresta era leggermente verde, si sentiva la fragranza della terra e degli alberi, il porro selvatico spuntava fuori già verde tra il muschio bruciato del gelo”. La partecipazione alla vita naturale di un ambiente incontaminato, ci fa presentare un personaggio che ricalca le vesti di un “orso selvatico”, provando un sostanziale disagio nel partecipare alle rare adunanze con gli altri uomini. Il tormentoso amore per Edvarda, lo spingerà a cercare pace nelle terre lontane delle Indie Olandesi dove costringerà un suo amico ad ucciderlo con un colpo di pistola. Pan è uno di quei pochi romanzi dove la natura, prendendo voce tra le pagine, influisce gli stati d’animo spesso inquieti del protagonista, che vive in ritiro nella sua capanna vivendo dei frutti che la natura gli offre. Si avverte l’emozione del suono vibrante dell’ambiente che muta, del paesaggio che cambia colore con lo scandire delle stagioni; Hamsun riesce a infondere nel lettore l’importanza e la poeticità della natura vissuta con un animo tormentato dalla netta diversità che lo interpone all'uomo moderno ed emancipato, che cerca di “distrarlo” dalla sua vita alquanto selvatica e poco socievole: “Abbiate pietà, voi non mi capite, io preferisco vivere nel bosco, quella è la mia gioia. Qui, nella mia solitudine, non fa del male a nessuno che io sia come sono; ma quando mi trovo con altre persone, allora devo mettere tutto il mio impegno per essere come devo”. Questo amore per la tacita trasformazione della natura, si riverserà anche nelle novelle Cespugli, specie ne Il figlio del sole dove compare una sorta di felice canto all’estate permeato da una visione unica e vibrante, di nostalgica poesia.