L'ebreo


"[...]Non sono la pigrizia, la cattiva volontà, la goffaggine che mi fanno fallire o non fallire in tutto: vita familiare, amicizia, matrimonio, professione, letteratura, ma è l'assenza del suolo, dell'aria, della legge.

Crearmi queste cose, ecco il mio compito... il compito più originale."

tratto dai Diari di F. Kafka

GIOVANNI BATTISTA ANGIOLETTI e la poetica del ricordo


Sapere che Giovanni Battista Angioletti, milanese di nascita, ha amato le nostre terre versiliesi fa sempre un certo effetto o, meglio ancora, un piacere del tutto particolare che si avverte solo quando si prova ad immaginare che quel determinato artista, scrittore o compositore, ha respirato la stessa aria che, sessant’anni fa, ha battezzato i ricordi della sua mente. Solitamente, anche nelle antologie letterarie più ampie, Angioletti è a malapena ricordato per la felice definizione di “aura poetica”, pronunciata a proposito del clima solariano che circolava negli anni ’30, simpatizzante per una narrativa di carattere lirico, evocativo, sospesa in un alone magico dai riecheggianti toni poetici. Definire Angioletti come un autore neorealista è difficile quanto è quasi sbagliato affermare che la linea Pavese-Vittorini imboccò propriamente nel neorealismo. Restano voci del panorama italiano che si distinguono dalla “moda letteraria” del tempo, che preferiscono unire le esercitazioni calligrafiche dei rondisti alla poesia concreta, reale, fatta di materia e soprattutto di memoria. Se i neorealisti preferirono generalmente l’adozione di certi gruppi sociali subalterni adeguandosi ad un linguaggio talvolta semplice, dialettale scarno e antiformalistico, Angioletti rimase fedele alla classe umile portandola però, ad un altissimo livello di poesia in grado di elevare il sentimento umano fino a sublimarlo. La tematica del ricordo è stata come una grande rete poetica che ha abbracciato un po’ tutta l’Europa del Novecento: dalla memoria spontanea di Proust, dall’infanzia di Chagall, dalla rievocazione memoriale di Pavese, alla letteratura polacca di Schulz e alla trasfigurazione del passato in Montale. Angioletti è stato essenzialmente uno scrittore del ricordo, dove l’elemento biografico diveniva solo un punto di partenza, una modalità per sviare dalla concentrazione egoica e particolare dell’essere. Il ricordo in Angioletti corrode il presente, lo camuffa in una visione strettamente onirica, lo schernisce, lo innalza verso un piano superiore di vita, pregno di eventi accaduti che si ricordano tramite una costruzione analogica di sensazioni. Angioletti è forse l’esatta incarnazione dell’anti superuomo di Nietzsche, il ragazzo passivo dell’”Eclisse di luna” incapace alla nuova vita, il lieto affondare nella culla dell’infanzia come ne “La memoria”. Se Pavese, nella sua condizione di solitudine e di impossibilità colloquiale oppone il paese natio, i legami e il ricordo, Angioletti farà altrettanto preferendo il passato al posto dell’attimo presente, scansato da idilliaci prose soffuse di onde liriche. Con gli anni ’30 l’Italia conobbe il mito dell’America, rimanendo affascinata da questa cultura giovane, fresca e vivace, ben lontana dal fardello secolare della trazione europea. Dalle pagine degli scrittori americani emergeva un certo vitalismo, una particolare degustazione della vita che in Europa mancava da ormai troppo tempo, dimezzata dai conflitti e reduce da troppi disordini politici. Pavese e Vittorini furono i principali traduttori e divulgatori della cultura americana negli anni ’30 e questa ondata di freschezza, del “ribelle-protagonista”, fu di certo una di quelle cause che, dal Metello di Pratolini in poi, mise in crisi le faticose conquiste del neorealismo. Si assiste ad un’Italia che cambia, che muta, che ha voglia di “ringiovanirsi”, di farsi bella e moderna, di omologarsi in un unico costume e di togliersi l’etichetta di una cultura ancora attaccata alle mammelle della tradizione. E tutto questo Angioletti lo avverte, lo pensa, lo vive e lo scrive:

“Io vidi scomparire le ultime presenze felici, le carrozze al trotto, i giardini sui canali, e poi i canali stessi, i miei cari Navigli; vidi sparire i carnevali, i cori, le affettuose pazzie nelle quali i miei concittadini si concedevano un effimero riscatto. Tutti dovevano apparire come tutti, vestire allo stesso modo, pensare come il giornale che leggevano”.

Angioletti avverte in sé una chiara forma di nostalgia, forse meno profonda di quella russa, ma comunque presente, martellante, pronta a ritornare nel momento in cui qualcosa della sua Milano si trasforma diventando irriconoscibile o addirittura estranea. “Tutti dovevano apparire come tutti”: quale miglior quadro rovente della nostra società? Quale frase migliore per indicare l’omologazione del gusto e del pensiero? Se Angioletti già negli anni ’30 avvertiva questo cambiamento, oggi paradossalmente si percepisce meno, in quanto già avviati ad una passiva e insoddisfacente appiattimento delle personalità, ad un disastroso processo di mortificazione circa la tradizione e dunque la cultura e la storia, la nostra storia. La comunione di pensiero, il triste sposalizio di morali e tradizioni non conformi alle nostre sono diventate abitudini, parte integrante delle nostre vite. Se la globalizzazione ha portato ad un più vivace e diretto scambio culturale, dall’altro canto ha unificato, deformato il modo stesso di pensare e di proiettarci nel mondo. Ci sentiamo meno italiani e più europei, puntiamo gli occhi oltre l’orizzonte del mare senza più scovare i tesori nascosti sotterrati dalla sabbia. Il ricordo può allora svolgere la funzione di fuga, di elevazione spirituale in grado di traslare il proprio pensiero in ciò che è nostro e che soprattutto, è stato nostro e che abbiamo perduto.. Tra il passato e il voler attingere al ricordo, si instaura un malinconico scambio di segni e di accordi tonali, una sorta di vivace complicità, una corrispondenza superiore, un vigoroso ardente processo di vita in grado di rallentare il processo lineare del tempo. La memoria spontanea di Proust, sollecitata da una fortuita sensazione, riporta lo scrittore a risollevare il ricordo come se fosse un grande lenzuolo bianco tenuto nascosto dentro un cassetto. Solo nel momento in cui lo stenderemo all’aria, avvertiremo tutta quella celata poesia che ci ha tenuti saldi a quel preciso, indimenticabile momento che abbiamo bisogno di risentire ancora una volta.

La narrazione stilistica di Angioletti è equiparabile ad un canto lirico e solitario, capace di dilatare l’essere nel profluvio di immagini evocative, simboliche, integrate da fantasie e desideri. Forse non potremmo mai immaginarci un Fante o un Hemingway senza trama, ma non ci costerebbe alcuna fatica pensare ad un Angioletti scevro di filamentose e documentate nozioni storiche perché tutto è ricordo e il ricordo è un procedimento analogico, senza tempo, senza date e senza nomi. Nella stessa linea di Proust, Angioletti analizza la sensazione e la riconduce alla sua essenza, la rivitalizza attraverso un solipsistico processo interiore dove la scrittura diventa l’unico strumento catartico per ritrovare se stessi e la propria storia. Lotta contro il tempo, estrapola la sensazione dall’effimera transitorietà dell’attimo presente riconducendosi all’integrità autentica e più nascosta dell’io. L’autocompiacimento della narrazione passa in secondo piano: Angioletti è portatore di poesia in prosa come Apollinaire fa subentrare nella poetica la sintesi analitica dell’arte cubista. Aderisce poco alla realtà, cercandola in modo quasi superfluo e distratto, in quanto la poetica della memoria giace solo nel ricordo trasfigurato dall’intermittenza del cuore. La limpida vena elegiaca di Angioletti si fa intensa, s’indurisce, diventa concreta fino a farsi materia, vera realtà e non qualcosa di sognante, di fantasioso o di brulicante immaginazione. Angioletti è stato un maestro a mio avviso troppo sottovalutato, in quanto è riuscito a portare in letteratura la sensazionale scoperta del mondo registrato secondo una personalissima chiave di sensibilità, dove l'acuta recezione del reale varca orizzonti, limiti, strutture già formulate che ci portino a vivere la vita come se fosse una narrazione, un romanzo fatto di inizio, svolgimento e finale, un flusso continuo di eventi, di accadimenti che si succedono e si schiacciano l’uno con l’altro . Angioletti ci ha insegnato che l’esistenza propria di un essere umano non è solo narrazione o effettivo succedersi di azioni, ma è fatta anche di sospensioni, di fragili sussurri dell’anima esorcizzati dal ricordo e, immergersi nella sua lettura, equivale a sospendere il nostro giudizio sul mondo, a dimenticare ciò che è e ciò che sarà riscoprendo l’intimità con l’universo di cui ognuno è felice portatore.

Ben dichiarava Vittorini:

“Io gli scrittori li distinguo così: quelli che leggendoli, mi fanno pensare “ecco è proprio vero” e quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così, e che cioè mi rivelavano un nuovo, particolare “come” sia nella vita”.

E’ proprio il “come” in Angioletti, che scardina i punti nevralgici della narrazione portandolo a ondeggiare in altissime fessure elegiache, scartando sostegni intellettuali e verbali per abbandonarsi definitivamente in prose liquide, vocali e illimitate. Abbiamo l’impressione di sospenderci dal resto del mondo, di essere Tutto e niente allo stesso tempo, di non essere più carne ma spirito che galleggia nel fluire emotivo della parola, della poesia.

Purtroppo oggi siamo troppo intenti a decodificare i messaggi di una letteratura piatta e consumistica, di "scrittori" come Moccia che non si accontentano più di scrivere ma che vogliono fare anche i registi e che domani faranno i pittori e gli scultori. Quando qualche collana editoriale si deciderà a far rivivere Angioletti nelle nostre biblioteche, quando anche i giovani capiranno dove si trovi la vera letteratura, allora una nuova sensibilità ci avrà portato a vedere la società secondo una considerazione meno consumistica e sostanzialmente più "letteraria".

Io aspetto questo momento.