Cavallo etrusco


Recuperare l’arte etrusca non significa imitarne le soluzioni formali, ma interiorizzarne l’armonia, l’essenza estetica e percettiva dei rapporti cromatici, approvarne le aspirazioni interiori dopo secoli di sperimentazione.

Un poeta nel cinema: intervista ad Andrej Tarkovskij


Inauguro questa sezione riportando l’intervista del grande regista russo, Andrej Tarkovskij, realizzata da Donatella Baglivo nel documentario “Un poeta nel cinema” (1984). Osserviamo un Tarkovskij che cammina in mezzo al bosco vicino ad un piccolo ruscello, mentre la sua voce sottile danza con il gioco sonoro dell’acqua. E’ uomo dentro e in mezzo alla natura, che trova in essa il suo essere completo. In tutto il suo percorso cinematografico, possiamo parlare di un’assoluta coerenza poetica che sembra maturare ed evolversi fino all’ultimo film Sacrificio. Negli ultimi anni la voce di Tarkovskij si è spenta, in quanto si preferisce parlare di altri registi e di un cinema che non ha nulla a che fare con l’arte. Poesia, riflessioni sulla natura, sull’interiorità dell’uomo, possono però risvegliare in noi lo spazio e la realtà in cui viviamo, come viene posta ed esperita dalla coscienza individuale. Tarkovskij, nella sua concezione poetica della vita, ci porta a riscoprire il valore antico e più semplice dell’esistenza.

Chi sei?
Io non so chi sono e, a mio parere, chi siamo è quello che ognuno di noi sa con minore esattezza. E’ molto più facile esprimere il giudizio sugli altri. Di noi stessi sappiamo molto poco e il problema è che siamo incapaci di rivolgerci con attenzione ai problemi interiori dell’uomo.

Sei felice di essere venuto al mondo?
Felice non è la parola giusta. A mio parere questo mondo non è un luogo dove vivere felici e non è stato creato per la felicità dell’uomo, anche se sono in molti a pensare che è questa la ragione della propria esistenza. Penso che siamo su questa terra per lottare affinché dentro di noi lottino il bene e il male, perché il bene vinca e noi ci si arricchisca spiritualmente.

Andrej parlami della tua infanzia
La mia infanzia la ricordo molto bene perché è stato il periodo più importante della mia vita. Quello che ha fissato le impressioni e quello che ha poi preso corpo successivamente nel periodo adulto ed è quel momento nella vita dell’uomo che ne determina tutto il suo futuro, specialmente se è un futuro legato all’attività creativa, all’arte, ai problemi interiori, psicologici. Già Anna Achmatova, la grande poetessa russa, parlava dell’importanza dell’infanzia, quell’infanzia che la sostenne per tutta la vita nella sua opera. In una parola, l’uomo con l’infanzia nutre tutta l’attività creativa del periodo adulto. I miei genitori si separarono nel 1935 o ’36. Vivevo con mia madre, la nonna e mia sorella; in effetti sono cresciuto in una famiglia senza uomini e sono stato allevato da mia madre. Forse questo ha avuto una grande influenza sulla formazione del mio carattere.

La casa della mia infanzia per me è una casetta in un bosco a novanta/cento chilometri da Mosca, dove abbiamo vissuto cinque anni prima della guerra. Ci fu un episodio: un giorno mio padre venne da noi di notte e voleva che mia madre mi lasciasse andare a vivere con lui. Mi ricordo che mi svegliai, sentii quella conversazione, mia madre piangeva e anch’io piangevo ma piano perché non mi sentisse. Avevo già deciso che se anche fosse stata mia madre a chiedermelo, io non sarei mai andato a vivere con lui anche se per tutta la vita ho sentito la mancanza di un padre.

La guerra è stata per noi molto dura. Mio padre era andato al fronte e ci mancava molto. Si continuava ad aspettare lettere che arrivavano solo raramente. Comunque tornò senza una gamba, dopo un’operazione molto difficile in un ospedale militare al fronte. Tornò col grado di capitano e con uno dei riconoscimenti più alti dell’esercito: l’ordine della stella rossa. Due soli pensieri occupavano la mia mente infantile: che la guerra finisse e che mio padre tornasse da noi. Tutta la mia infanzia è legata a mia madre e si capisce, vivevo con lei, mi educava e si prendeva cura di noi. Ebbe una vita molto difficile: aveva terminato quello che adesso si chiama Istituto di letteratura e lì conobbe mio padre, ma quando ci lasciò ella non poté più occuparsi di letteratura e con due figli sulle spalle non riuscì a dare gli esami per avere in mano qualche diploma e andò a lavorare in una tipografia di Mosca. E tutto quello che ho avuto nella vita e le cose più belle che ho, le devo a mia madre, ai sacrifici per farmi diventare quello che sono adesso. Ci fu un momento veramente difficile nella mia vita: ero finito in una vecchia compagnia ed ero molto giovane, avevo circa vent’anni e mia madre mi salvò in un modo molto particolare mandandomi a lavorare con un gruppo di geologi in Siberia dove rimasi un anno intero. Lavorai laggiù come raccoglitore, un semplice operaio. A piedi girai le distese di neve nella taiga. La Siberia, ancora oggi, è rimasta uno dei miei ricordi più belli.

Adesso pensi di aver trovato quello che cercavi da bambino?
Non lo so, è una domanda difficile. E’ evidente che mia madre voleva che io mi dedicassi all’arte, che la mia vita fosse legata all’arte. L’esempio di mio padre era stato per lei importantissimo; lo amò molto, fino alla fine dei suoi giorni. Voleva che gli assomigliassi in qualche modo e così mi ritrovai nell’arte. Non divenni pianista, né direttore d’orchestra, come avrei voluto, né pittore, scultore, tutte cose che pure avevo studiato. A volte mi domandano se ho dei rimpianti. Certo mi dispiace non occuparmi di musica, non essere un direttore d’orchestra, anche perché sarebbe una professione meno dura per me e non si può neanche dire che io in seguito abbia trovato quello che avevo cercato nell’infanzia. Allora non volevo diventare né pittore, né musicista. Il mio carattere somigliava più a quello di una pianta: non pensavo molto, piuttosto sentivo, percepivo.
Quando rivado all’infanzia, mi torna in mente un tempo in cui davanti a me c’era tutta la vita e io ero immortale e tutto era possibile, realizzabile. Chissà se l’infanzia è andata o è rimasta con me. A volte se penso che mi ha lasciato, mi sento perduto. Ritengo però che siano le sensazioni dell’infanzia ad avermi abbandonato ma che lei, l’infanzia stessa, sia ancora accanto a me, come base prima che sostiene la mia attività creativa e anche come spinta alla creazione. Penso che se si fosse perduta nell’oblio, non potrei fare niente nel cinema.

Pensi che la scelta del cinema sia stata per te la strada giusta?
Le mie prime impressioni sul cinema sono state strane; non capivo, non riuscivo a capire che cosa fosse il cinema. Non lo sentivo, non lo percepivo ma sapevo che era una professione dai notevoli aspetti tecnici. Che ci si potesse esprimere con il cinema come con la poesia, la musica o la letteratura, non l’avevo proprio capito. Anche dopo aver girato l’Infanzia di Ivan, non avevo ancora afferrato quale fosse il ruolo del regista. E’ stata una ricerca, un cercare a tentoni dei momenti di contatto con la poesia. E solo dopo aver girato questo film, mi accorsi che era possibile attraverso il cinema venire in contatto con un’essenza spirituale. L’esperienza dell’Infanzia di Ivan è stata per me importantissima perché prima di allora non avevo la minima idea di che cosa fosse in fondo il cinema. Neanche adesso sono così convinto di sapere che cos’è il cinema. A parer mio è un mistero, immenso, come del resto ogni altra forma d’arte.

A quel tempo l’Infanzia di Ivan provocò grosse polemiche fra i critici. Dopo tanti anni cosa ne pensi?

La polemica sull’Infanzia di Ivan fu condotta prevalentemente da Sartre e da Moravia. Quest’ultimo mi criticò e Sartre mi difese. Devo dire comunque che lessi l’articolo di Moravia con estremo interesse. In effetti distruggeva il mio film pezzo per pezzo, ma lo lessi con piacere perché la sua critica era ad un livello così alto, il suo pensiero così preciso e ben formulato che fu quasi un piacere essere criticato da lui. Per quanto riguarda Sartre mi difendeva da posizioni troppo filosofiche e speculative perché la sua difesa mi convincesse.

Per molti il cinema è soltanto un lavoro. Per te Andrej che cos’è il cinema?
Non sono mai riuscito a separare la mia vita dai film che facevo. I film sono sempre stati per me una parte della mia esistenza e per poter girare un film ho sempre dovuto operare delle scelte fondamentali. Molti riescono a separare la propria vita dai film che realizzano. Conosco molti che vivono in un modo e nei film dicono tutt’altra cosa, esprimono tutt’altre idee. Riescono a scindere la propria coscienza dai film che fanno. Io non ci sono mai riuscito: per me il cinema non è una professione, è la mia vita ed ogni film lo considero un azione della mia vita.


Che ne pensi del cinema d’autore?
Per me coloro che rimarranno nella storia del cinema come autori, sono tutti poeti. A mio avviso esiste una legge: il cinema d’autore è un cinema di poeti e tutti i grandi registi contemporanei sono dei poeti.
Ma che cos’è un poeta nel cinema? E’ un regista che crea il proprio mondo e non tenta di riprodurre la realtà che lo circonda. Ed’è questo loro cinema che noi definiamo d’autore: cinema poetico.

Andrej tuo padre era già allora uno dei più grandi poeti russi. Parlami di lui.
Mio padre è senz’altro il più grande poeta russo, con una possente intonazione lirica e carica spirituale nella sua poesia. E’ un poeta in forma pura, un poeta per il quale la cosa principale è il concetto interiore, spirituale della vita, il senso del debito profondo che egli avverte nei confronti della propria terra, della propria patria e del proprio ruolo.

Che cos’è l’arte?
Prima di formulare un concetto, in questo caso sull’arte, dobbiamo rispondere a un’altra domanda molto più vasta, ovvero qual è il senso dell’esistenza dell’uomo su questa terra. Forse il fine nostro su questa terra è quello di innalzarci spiritualmente. Se la nostra vita tende a questo arricchimento spirituale, l’arte è uno dei mezzi per arrivarci. Si, almeno così io ritengo, in armonia con la mia definizione sul senso della vita. Non so, c’è chi afferma che l’arte serva all’uomo per conoscere il mondo, che l’arte è conoscenza come qualunque altra attività intellettuale dell’umanità. Io, tanto per cominciare, non credo troppo a questa possibilità di conoscenza. Essa ci distoglie sempre più da quello che dovrebbe essere lo scopo principale della nostra vita, e quanto più ne sappiamo, tanto meno ne sappiamo perché andando in profondità, perdiamo in ampiezza. L’arte serve all’uomo per elevarsi spiritualmente, innalzarsi al di sopra di se stesso, per usare ciò che noi definiamo “libero arbitrio”.La pressione cui è sottoposto Rublev non è un’eccezione: ogni artista è sempre sottopressione e non lavora mai in condizioni ideali. Inoltre, se tali condizioni esistessero, forse non esisterebbe il suo lavoro perché l’artista non vive in un vuoto senz’aria. Una pressione deve esserci anche se non saprei dire di che tipo. E l’artista esiste proprio perché il mondo non è perfetto e l’arte non sarebbe necessaria a nessuno se il mondo fosse il regno dell’armonia e della bellezza. L’uomo non ricercherebbe in occupazioni collaterali l’armonia perché vivrebbe già in essa. L’arte nasce da un mondo mal congeniato, ricerche di accordi e di significati che si esprimono nei rapporti armonici tra gli uomini, tra l’arte e la vita, tra il tempo e la storia. Un altro tema per me molto importante è quello dell’esperienza dell’uomo. Con questo film volevo dire che non è possibile trasmettere la propria esperienza personale, imparare da qualcuno a vivere. Bisogna solo vivere e trarne qualche conclusione che non puoi lasciare agli altri in eredità. Spesso si sente dire: bisogna usare l’esperienza dei nostri padri. Ma sarebbe troppo semplice perché ognuno di noi deve farsi per conto proprio una sua esperienza e quando ci arriviamo è il momento di morire, purtroppo, e non abbiamo il tempo di usarla. Intanto vengo su le nuove generazioni che si rifiutano di ascoltare i vecchi e fanno bene, cercano una loro esperienza e quando la trovano anche la loro vita è alla fine. E’ la legge della vita, il suo significato.
Il cinema è la forma più infelice d’arte, in quanto dipende in misura notevolissima al denaro e non soltanto perché un film costa molto, ma anche perché se ne fa commercio come con le gomme da masticare o le sigarette. Il principio è che un film è buono se si vende bene e se noi pensiamo che il cinema è arte, ci sembra allora assurdo impostare così il problema in quanto sarebbe assurdo dire che l’arte è buona soltanto se la si vende bene. Se vogliamo attrarre le masse, non possiamo aspettarci opere di grande ingegno poetico.

Che cosa ne pensi della scienza, nel bene e nel male?
Si può dire che dopo un lungo processo storico, siamo arrivati nella nostra civiltà a un punto di terribile conflitto all’interno dell’uomo perché c’è un enorme dislivello tra il progresso scientifico e quello spirituale. E noi continuiamo ancora ad aumentare questo dislivello, motivo principale della nostra drammatica situazione. Siamo una civiltà al limite della distruzione atomica, proprio a causa di tale divario tra queste sfere dell’uomo.

E tu, come ti poni nei confronti del mondo?
Tendo ad avere un approccio con il mondo più a livello emotivo e contemplativo. Non cerco di ragionarci su, ma di percepirlo quanto può fare un animale o un bambino e non un adulto che è in grado di ragionare sulla vita traendone le conclusioni.

Andrej cosa vuoi dire ai giovani?
Vorrei semplicemente che imparassero ad amare di più la solitudine, a stare a tu per tu con se stessi. Mi sembra che il guaio della gioventù sia quello di tendere ad aggregarsi per portare avanti un azione rumorosa, addirittura aggressiva per non sentirsi soli, il che è piuttosto triste. L’individuo deve imparare fin dall’infanzia a vivere da solo e questo non significa essere soli. Significa non annoiarsi con se stessi, che è un segno di pericolo, quasi di malattia.

Ami i bambini?
I bambini sono innocenti così come gli animali, che lo sono proprio per la loro natura. Invece l’uomo, che ha la capacità di scegliere tra il bene e il male, impara poco a poco a mentire perché così ritiene di poter vivere con maggiore felicità e di ottenere un maggior numero di beni. Prima magari con la sola diplomazia, per passare poi alle menzogne vere e proprie.

Cosa rappresenta per te l’acqua?
L’acqua, i ruscelli, i fiumiciattoli, mi piacciono molto, è un’acqua che mi racconta molte cose. Il mare, invece, lo sento estraneo al mio mondo interiore perché è uno spazio troppo vasto per me. Non mi fa paura, è semplicemente una superficie troppo monotona. A me, per il mio carattere, sono più care le cose piccole, il microcosmo, piuttosto che il macrocosmo. Le enormi distese mi dicono meno di quelle limitate. Forse per questo amo molto l’atteggiamento dei giapponesi nei confronti della natura. Cercano di concentrarsi su uno spazio ristretto e di vedervi il riflesso dell’infinito.

Hai mai conosciuto la miseria?
Ho fatto la fame, la fame sul serio, cioè quando non puoi sperare in un pezzo di pane per il giorno dopo. E’ una sensazione dura, che umilia l’individuo, ma che ti insegna anche la compassione per gli altri. Chi ha fatto veramente la fame non potrà mai essere avido

Che cos’è la ricchezza?
Per me la ricchezza non significa niente di speciale, mi potrebbe solo garantire quel tipo di vita che vorrei vivere e dato che io desidero una vita molto semplice, non credo che vorrò mai essere ricco. La ricchezza è una cosa relativa e l’uomo non ha bisogno di essa perché quando ce l’ha comincia a cambiare dentro, diventa avido, comincia a difendersi dagli altri, a difendere la propria ricchezza e poi ne diventa schiavo.

Che cosa ti spaventa di più nella vita?
Avverto la natura inerme dell’essere umano, compresa anche la mia, la nostra debolezza davanti al mondo e alla natura, soprattutto di fronte ad un altro essere ostile. Scontrarsi con l’ostilità umana è la cosa peggiore che possa esistere.

Che opinioni hai riguardo la donna?
La cosa a cui più tengo è che la donna rimanga tale. Io non capisco quando una donna chieda dalla vita qualcosa di diverso, un approccio particolare, non più come donna ma quasi come uomo. Le donne la chiamano eguaglianza. La bellezza della donna, il suo essere unica, sta proprio nella sua essenza che non è diversa, bensì opposta a quella dell’uomo. Mantenere questa propria essenza è il suo dovere più importante. Io non ho mai trovato una donna attraente priva delle sue prerogative, compresa la debolezza, la femminilità, il suo essere l’incarnazione dell’amore in questo mondo. Ho un grande rispetto per le donne.

NOSTALGHIA: un film di Andrej Tarkovskij


Il genio di Tarkovskij è tutto lì: nel suo comunicare per immagini mediante una limpida e trasparente espressione lirica. Non a caso, è stato definito dalla critica come un poeta del cinema, capace di dare definizione e concretezza all’astrattezza pura del sentimento elegiaco - poetico. Nei suoi film Tarkovskij sembra volerci far respirare il silenzio della Russia e il profumo della steppa di Egoruska narrata da Čechov. In un paese dominato da “profeti”, Tarkovskij non fu mai un profeta, un enunciatore di verità assolute. Per la Russia, retta da ideologie sicure, il nostro poeta non aveva certezze da dare o sacre verità da trasmettere: pensò invece di riassumere attraverso il cinema d’arte, una visione poetica dell’esistenza umana. Andrej è stato “solo” un grande artista e “l’artista non è mai libero, non vi è un'altra categoria di persone che sia meno libera degli artisti. Essi sono incatenati al proprio dono, alla propria predestinazione, che è quella di servire il proprio dono, e con ciò stesso, gli uomini..”. Si pone nelle umili condizioni di servitore umano, di colui che percuote le coscienze come docili lenzuoli bianchi sperando che nessuno abbia mai osato rovinarne la purezza. Egli non vuole incidere il proprio nome, il proprio pensiero, le proprie idee sui nostri lenzuoli, ma desidera farsi vento per farci assaporare l’ebbrezza del movimento, il soave abbandono nel suo canto lirico. Tutto è canto in Tarkovskij, celebrazione dell’anima, rappresentazione spirituale delle cose.


In Nostalghia, del 1983, abbiamo l’abbraccio unico e sublime tra la cultura fortemente europeista e quella russa, dalle chiare incidenze orientali. Durante tutto il film questo abbraccio si percuote, si slancia negli abissi delle coscienze per poi riaffiorare in superficie galleggiando nella propria leggerezza spirituale e nella trasposizione allegorica della vita. Tarkovskij s’immerge, annega dolcemente, annaspa con un ultimo sorriso nel miele dolcissimo e vischioso della poesia. Nulla sfugge al suo occhio critico: anche l’oggetto meno importante, l’immagine più insignificante diventa protagonista. Frantuma le regole del cinema americano, trucida la trama rallentandola, evidenzia ogni espressione e celebra con noi il germogliare sibillino della parola. Nessuna tensione metafisica e nessuna rivelazione divina anche quando i dialoghi sembrano assumere la veste di una verità suprema. Andrej ci porta la sua concezione dell’Arte, la fa trasparire da ogni personaggio, è presente nella natura che contempla con amore quasi cristiano, la cita ovunque, anche nelle cose recuperandone l’esatta armonia. Detronizza il materialismo per dar luogo a meravigliose fraseggi poetici, sublimando il sentimento umano e le sue più minute manifestazioni. In Nostalghia, l’eroe può essere lo scrittore Gorcakov (che porta il nome del medesimo regista) alla ricerca di notizie riguardo il musicista esule del ‘700 Sosnovskij, oppure la straordinaria figura illuminista di Domenico, che al megafono grida la propria arringa dalla statua di Marc’Aurelio in Piazza del Campidoglio: denuncia l’idiozia umana, la perdita di spiritualità, l’indifferenza e l’inclinazione alla rovina, il ripudio dei veri maestri e la perdita di valori interiori.


Gli eroi di Tarkovskij non sono i tipici eroi americani, così “cinematografici”, “come una specie di monumento sempre uguale a se stesso, senza un cedimento, un dubbio” come dichiarava lo stesso regista. Anche in Nostalghia l’eroe si ricompone attraverso un processo dialettico, di confronto e continua discussione con il mondo. L’eroe è tale nella sua fragilità, nelle sue contraddizioni, negli ostacoli della vita che incontra e poi riesce superare. L’eroe è pienamente umano nella virtù del termine. Come annotava lucidamente G. B. Angioletti nel saggio Abuso di una parola, il termine umano è diventata la moneta più corrente. “Eppure, questa parola ebbe un’origine nobile che avrebbe dovuto salvaguardarla da sì sconvenienti manomissioni. Umanità era comprensione, pietà cristiana, intelligenza dei propri simili. Umano era chi capiva, compativa, soccorreva; umane si chiamavano le lettere, umane erano la dignità, la cortesia, la chiaroveggenza. S’intendevano, insomma, come “umani” il pensiero e l’azione particolari all’uomo, gli atti e le parole che stabilivano una diversità tra il cittadino e il bruto. E ne conseguiva che il puro istinto, la passione insensata, l’atto gratuito, non avevano diritto alcuno a quell’eletto attributo.”
Ecco dove risiede l’umanità di Tarkovskij. Pietà cristiana, comprensione, intelligenza e dignità non sono solo virtù umane, ma qualità che predispongono l’uomo ad essere vigoroso nella sua feconda potenza interiore. Per il regista russo l’eroe è molto più vicino all’Idiota di Dostoevskij, così profondamente radicato nella tradizione del suo Paese. L’Idiota di Fedor è l’eroe Domenico di Andrej, colui che non è investito da una missione né dal desiderio di propugnare una Russia che si guardi all’indietro per restaurare alcuni dei suoi valori perduti. L’Idiota - eroe, è colui che si pone volontariamente al di fuori della storia e dal mito vivendo nell’istante, ovvero nel tempo della malattia. Tutto quanto, trova lo sviluppo e il suo percorso nella quiete mentale del regista, in un riposo assoluto del pensiero, nato dal rifiuto consapevole di tutto ciò che non è più spirituale. Egli osserva la metamorfosi dell’universo dietro le finestre della Russia, mitiga i suoi doni lirici, li contempla nella sua manifestazione per poi donarli all’umanità intera. E’ comprensibile se i suoi film lasciassero le sale piuttosto vuote. Il cinema quando diventa opera d’arte, non può essere più compresa da tutti in quanto occorre essere dotati di un determinato grado di sensibilità; occorre provare a velare i nostri occhi sovrapponendo l’anima lirica del regista. Solo in questo modo sarà possibile ammirare la stessa bellezza a cui guarda il poeta, unirci a lui nella sua stanza, guardando il suo stesso paesaggio, la steppa, la terra, l’acqua, confondendoci in esse. Allora la nostra anima si farà ricca, ogni elemento naturale e la spiritualità delle cose verranno ad abitarvi e riusciremo a sentire i giochi ondulatori del suo canto lirico.

Per Tarkovskij Nostalghia non è solo il titolo di una sua opera. Vi è adesione sentimentale al termine, acuta espressione di una malattia mortale: “Sono persuaso che nulla di serio possa nascere senza fondarsi sulla tradizione, e questo per due ragioni. La prima è che non si può uscire dalla propria pelle di Russo, dai legami con il proprio Paese, da quello che amate, da quello che è stato fatto nel passato del vostro cinema e della vostra arte”. Questa breve esplicazione del poeta, ci rimanda inevitabilmente all’ideologia terragna di Dostoevskij, al forte attaccamento della terra ancor prima della patria, perché Tarkovskij non vede il fango, vede la terra mescolata all’acqua, il limo da cui nascono le cose. Conoscere il cinema di questo grande poeta, equivale a respirare la parte più profonda della Russia che si esprime tramite essenze. E’ dunque fin troppo banale ridurre il cinema di Tarkovskij ad una mera spiegazione narrativa del film perché la poesia non ha bisogno di spiegazioni; essa va assimilata, interiorizzata in un lento processo di sovrapposizioni spirituali. Il tempo è simile ad un fiume ubiquo, dove tutte le apparenze e i fatti puramente esteriori mutano e si dissolvono nei meandri della poesia. Vi è un processo di lenta sublimazione, dove le articolazioni che si instaurano tra le cose si traspongono nel prolungamento dell’essere profondo dell’artista.

Nostalghia non è soltanto il canto elegiaco della Russia, ma è espressione personalistica dell’arte, caratteristica peculiare che ritroviamo anche in altri suoi film. E’ anche celebrazione lirica della Toscana vista con gli occhi della grande terra russa. E’ una Toscana malinconica, piena di sottili simbolismi, di un singolare intreccio allegorico tra arte e tradizione popolare che trova il suo connubio nell’ancora terrena. Possiamo dunque affermare che la Toscana per Tarkovskij, è il nodo che unisce il canto naufrago della Russia e la malinconia della terra toscana. Il dualismo occidentale si risolve così nell’unità, nel sensazionale recupero dell’armonia, nel ritrovamento di una piccola Russia nella piccola, ma ricchissima, tradizione storica della Nostra Toscana. Nel racconto preparatorio di Nostalghia, il regista scriveva:

“Il cielo è pieno di nuvole bianche, leggere, simili ai disegni di un fuoco d’artificio. Le loro ombre scivolano sulle colline fondendosi con le ombre degli alberi. Questa alternanza di luce e di ombra sulla superficie liscia delle colline, che come onde del mare che si spingono l’una dopo l’altra fino all’orizzonte, sembra il respiro della vita stessa, il ritmo solenne della natura, pieno del frinire delle cicale e della luce abbagliante del sole nei momenti in cui spunta dalle nuvole. Questa terra arata di Toscana percorsa dalle ombre delle nuvole è bella quasi come sono i miei boschi, le mie colline, i miei campi, lontani, russi, antichi, irraggiungibili ed eterni”.

Durante l’inizio del film Eugenia, una giovane e bella interprete italiana, accompagna Gorcakov a Monterchi per visitare la cappella che custodiva la Madonna del parto di Piero della Francesca. Solo Eugenia, però, si decide ad entrare. All’interno di una scenografica cripta gotica, l’interprete assiste a un suggestivo rito propiziatorio: ad una Madonna da processione viene aperto il petto, che sprigiona un magnifico volo di passeri tra le volte. Arte e devozione non sono separate; la tradizione fideistica è intrinseca all’espressione artistica.
Un giorno, lo scrittore incontra Domenico, un anziano già internato in manicomio per essersi segregato in casa con la famiglia per sette anni, in attesa della fine del mondo. Tra i due si insatura un dialogo, una mistica alterità sensibile in grado di cogliere le sfumature del mondo naturale e del posto dell’uomo nell’ambiente. Emblematico l’1 + 1 = 1 che troviamo effigiato nelle pareti del rifugio di Domenico e che ritroviamo anche nel film Deserto rosso di Antonioni.

“Una goccia più una goccia, fanno una goccia più grande e non due”
annuncia Domenico servendosi di una bottiglia d’olio. E’ il tema centrale di tutto il film, la concezione di una conoscenza olistica della realtà che superi la frammentazione tra materia e spirito, di un dualismo tipicamente occidentale. Lo spirito per il regista è dentro le cose, è dentro la materia, è intrinseca ad essa. In una disarmante semplicità, Andrej esprime l’unità fino alla commozione umana, esplicitando i rapporti più genuini e sinceri fra gli uomini. Nel laboratorio fatiscente di Domenico, possiamo osservare come lo spazio umano sia profondamente penetrato dagli aspetti naturali: così come in Stalker, le mura grondano d’acqua, bottiglie di vetro raccolgono piccole lacrime dal cielo, la terra invade il pavimento, piante selvatiche percorrono gli spazi adibiti all’uomo. Ancora una volta troviamo il recupero dell’armonia tra uomo e natura, come creature indissolubilmente legate, in quanto bisognose della stessa acqua, della stessa terra e dello stesso cielo. Con una sensibilità quasi morandiana per l’acuta attenzione verso la natura morta (data da composizioni di piccoli oggetti di uso quotidiano e di bottiglie di varia misura e forma), Tarkovskij sembra commuoversi di fronte al gioco dinamico della natura: “Ho scelto l’acqua perché è una sostanza molto viva, che cambia forma continuamente, che si muove” andava dichiarando. Sul finire del film, Domenico pronuncia la propria arringa. La poesia ha il suo trionfo, per un attimo siamo tutti fratelli uniti dallo stesso dolore e da una nuova gioia per il recupero delle cose semplici, piccole, per le cose che durano.


“Il nostro cuore è coperto d'ombra, bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili. [...]
Bisogna alimentare il desiderio, dobbiamo tirare l'anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all'infinito.
Se volete che il mondo vada avanti, dobbiamo tenerci per mano, ci dobbiamo mescolare, i cosiddetti sani e i cosiddetti ammalati.
Ehi, voi sani!
Cosa significa la vostra salute? [...]
Dove sono, quando non sono nella realtà e neanche nella mia immaginazione? Faccio un nuovo patto con il mondo, che ci sia il sole di notte e nevichi d'agosto.
Le cose grandi, finiscono!
Sono quelle piccole che durano!
La società deve tornare unita e non così frammentata; basterebbe osservare la natura per capire che la vita E' semplice e che bisogna tornare al punto di prima, in quel punto, dove voi avete imboccato la strada sbagliata.
Bisogna tornare alle basi iniziali della vita, senza sporcare l'acqua."



Il film termina in una magnifica scena dove lo scrittore, seduto con il proprio cane, guarda verso di noi cercando un dialogo di sentimenti. La macchina da presa, arretrando, scopre la cattedrale scoperchiata di San Galgano sovrapponendosi nella casa e nella steppa russa, nella quale la neve cade dolcemente. Negli ultimi fotogrammi si legge “Dedicato alla memoria di mia madre”. Nostalghia non è soltanto un film dedicato alla memoria della madre del regista, ma è celebrazione di una madre intesa nella sua universalità, come amorevole accoglienza di tutte le cose che trova il suo culmine nella Madonna rinascimentale, fiorente e aulica effigiata da Piero della Francesca.


Bisogna far rivivere la poesia, bisogna portarla nelle strade, nelle città, spargere di versi le metropoli e i piccoli paesi, capire che la poesia parte dalle cose più semplici, nel germoglio della vita stessa...
Nostalghia ci educa, ci forma, ci porta a ritrovare la strada verso la Riconciliazione.

Grazie Andrej