I luoghi infetti dell’arte

Si percepisce una certa freddezza, un’incurabile stato d’animo che prende ad insediarsi nei rami passivi di un sonno ingiustificato. Il torpore della nebbia attutisce la grinta mercuriale del colore e ghermisce il primissimo, fragile palpito dell’emozione. In un cortile giacciono meravigliose copie della statuaria classica: sono colte nel loro gesto di umane prestazioni, pavesate da lenzuoli di polvere, gli occhi grigi e tirati all’insù. Affreschi fatiscenti ricoprono corridoi inanimati, mentre volti effigiati dal tempo guardano il vuoto con leggera compunzione. Le pareti scorrono lisce e nude, frammentate da un rumore sordido, mentre la calma e il silenzio prendono di nuovo a folleggiare sopra ciò che rimane. Il colore è emigrato, i lirici dormienti giungono nel canto di una magrissima consolazione. E’ il canto della nostalgia, la morte annunciata di un credo perduto, lo sguardo costernato per tutto ciò che un tempo era espressione di spirito e adesso è espressione di anguste mode di mercato. Mi spaventa la normalità delle persone, la loro incuranza di fronte all’inesplicabile forza della bellezza che urge per dichiararsi di fronte agli uomini. La normalità accompagna lo spirito ad uno stato di letargo, mitiga il vivace presentimento dello stupore, foggia anime incapaci di credere nella loro sensibilità e di sentire il battito delle cose. “Noi crediamo che esista ciò che sembra esistere” mentre l’invisibile si manifesta con maggiore prepotenza rispetto a tutto ciò che i nostri sensi riescono a registrare in modo meccanico e asettico. E’ troppo immensa la bellezza per poterla guardare senza esserne squarciati come carne viva, senza provare il disagio della solitudine verso ciò che lotta per mantenere la propria espressione sul mondo. Fa male guardarla perché abbiamo dimenticato come discendere dalla normalità. La bellezza è profonda, smisurata, diafana in superficie e oscura nei penetrali più depressi. Accorgersi di essa, significherebbe abbattere per sempre il muro coriaceo della paura.

Gli ultimi resti del Silenzio: quando la parola trasfigura in Poesia

Intervista di Sofia Rondelli a Roberto Maggiani

“[…] Maggiani è un poeta sensibilissimo, che pone la sua voce su quella soglia che separa, labilmente, il limitato dall’illimitato (e l’uomo da dio). Così, la poesia medesima si rivela come l’estremo gioco di un acrobata: da una parte, essa è tutta sospesa sopra il vuoto dell’inconsapevolezza e della mancanza; dall’altra, è invece spinta a mirare verso l’alto, verso l’oltre, di là dal suo stesso sguardo. Ed è proprio nell’istante della visitazione del verso – dono che non appartiene al poeta, ma che il poeta riceve, e a sua volta trasmette – che la scrittura assurge ad angelica testimonianza di immediato collegamento tra l’individuale e l’universale, tra stupore e attenzione, tra sogno e coscienza. […]”

Mario Fresa sul blog farapoesia


Riscoprendo il valore etimologico della parola, poeta è colui che crea, che compone e inventa. Cos’è per te la poesia e cosa significa essere permeati quotidianamente da essa?

Cara Sofia la tua domanda, rivolta ad autorevoli poeti, ha ottenuto risposte differenti e importanti. Mi chiedi di rispondere a qualcosa che personalmente non conosco. Sembrerà strano, ma io non so cosa sia la poesia, è vero che mi sono fatto delle vaghe idee, ma rimane, a tutt’oggi, dopo quindici anni di scrittura con pubblicazioni (preceduti da dieci anni di scrittura privata), un grande mistero. Ma è forse questo fatto a determinare l’importanza e la forza, oserei dire dirompente, che essa ha nella mia vita quotidiana, ormai non so più pensare la mia vita distinta dalla poesia. E’ come se essa fosse, ma forse lo è, l’anima del mondo che di tanto in tanto mi rivolge il suo sussurro all’orecchio, “destando pace o guerra”, per dirla con il verso di una mia poesia intitolata proprio “La voce” e che inizia così: “Nella terra e nel mare / c’è una voce che racconta di te / e segue la memoria dei padri / fino alle biforcazioni in cui la storia / cambia il suo corso / destando pace o guerra. / […]” (“Scienza aleatoria”, LietoColle 2010). Penso che ogni “cosa” intorno a noi possieda una voce e quella voce abbia la capacità di raccontarci le storie delle “cose”, siano esse persone, animali, vegetali o oggetti inanimati. Forse posso osare qualche pensiero sulla poesia e affermare che essa è un’assenza, un vuoto compensato dalla parola del poeta, oppure una necessità di evidenza, cioè la necessità di una parte di mondo di venire intesa e narrata nella sua essenza e irripetibilità. O forse è un continuo ritorno di qualcosa che si perde ma che a cicli torna, finché qualcuno lo coglie nell’anima o nel pensiero rendendolo evidente, visibile, certo. Non so. Tu richiami il concetto di invenzione e lo associ al poeta. Sì, forse la poesia stessa è invenzione del poeta, è un modo di creare un nuovo mondo, lo fonda e lo eleva nella bellezza dei suoi versi, in questo senso la poesia torna al suo significato letterale di “fare”, il poeta fa qualcosa di importante, tiene l’uomo in un mondo vero, vivibile, onesto, cura il mondo, lo fa nuovo, il poeta è un medico. Checché se ne dica, il mondo vero è quello del poeta perché la poesia non può barare, sarebbe una contraddizione, quando leggiamo poesie finte ce ne accorgiamo, quella non è poesia, è opportunismo, sfruttamento, cialtroneria. La Poesia, in senso ampio, quella che avvia ed emerge da tutte le arti, è bellezza e quindi, per dirla con un’affermazione nota, essa salverà il mondo. Concludo questa risposta (che forse risposta non è) con alcuni miei versi, in essi affermo qualcosa di importante sul come io vedo la poesia: “[…] / la poesia […] / è un rapace che preleva dal suolo / e deciderà in volo / se strappare le viscere / o adagiare sulla cima.”. Ma, avendo scritto un libro che in parte riflette sul significato della poesia e sul suo ruolo, ti propongo anche “Similitudine” (entrambe da “Scienza aleatoria”):

Una poesia è simile a un giorno di luce
che mostra i colori del mondo
e lo libera dalla notte dell’inconoscenza,
mostra i legami tra le presenze
che respirano nell’oscurità,
rivela la scrittura cifrata
racchiusa in sillabe
nelle bocche dell’universo.


Laddove la scienza divide il poeta unisce”: così recita un tuo verso tratto da Poetizzazione (Seconda parte di Scienza aleatoria). Se avviene, quando abbiamo lo snodo del sodalizio poesia-scienza?


In “Scienza aleatoria”, che tu citi riportando un verso della poesia “Poetizzazione”, tra le varie cose, espongo il mio pensiero sul rapporto tra poesia e scienza. Un tema importante, almeno per me, che richiede ulteriori e decisi approfondimenti. E’ quello su cui sto lavorando. Uscirà a dicembre, sulla rivista “La Mosca di Milano”, un mio articolo dal titolo “Poesia e scienza: quale rapporto?”. Inoltre sto curando un’antologia di voci di poeti contemporanei, intitolata “Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria”, per le edizioni de L’Arca Felice, uscirà all’inizio del 2011. Insomma ritengo di dover portare avanti questo importante tema del rapporto tra poesia e scienza. Quindi tocchi un tema fondamentale nel mio presente e futuro, come poeta e come scienziato. Ho studiato fisica, e da sempre la scienza è la voce che parla al mio orecchio, così come la poesia. Sono i due polmoni che mi hanno fatto, e mi fanno, respirare il mistero del mondo. Per lungo tempo, in me, poesia e scienza, si sono mosse in modo indipendente l’una dall’altra, ma a un certo punto è come se si fossero incontrate e completate a vicenda, trovando una loro sintesi. Non vedo più il mondo come poeta e come scienziato, lo vedo e basta. E in “Scienza aleatoria” cerco di far apparire proprio questa unità, ci sono persino poesie che contengono formule. Anni fa la poetessa Mariella Bettarini (fu lei a permettermi, con la sua attenzione e gentilezza, di aprire le ali nel cielo poetico, una vera maestra di scrittura), disse che le formule della mia tesi di laurea erano artistiche, erano graficamente belle. Ebbene, per anni ho portato in me questa affermazione, cercando di coglierne il significato profondo. Gli scienziati, quando devono elaborare una nuova teoria, cercano le simmetrie del sistema fisico che vogliono descrivere, tentano di trovare formule semplici e belle. Lo stesso fanno i poeti, quando devono descrivere le loro visioni cercano parole adatte, possibilmente armoniose, musicali, semplici e belle. Ma è chiaro che la semplicità che si cerca dovrà essere commisurata alla complessità del sistema che si vuole descrivere, quindi è probabile che una poesia, o una teoria, ci appaia difficile, complessa, ma per un occhio esperto, poeta o scienziato, quella data scrittura o quella data formula, risulta invece essere la versione più semplice di poesia per esprimere una visione del mondo, o di una teoria che deve esprimere il comportamento di un sistema fisico. Ecco perché la poesia, come la scienza, richiede competenza, essa deriva dall’esperienza, dalla lettura e dallo studio. E’ necessario leggere per scrivere poesie – leggere poesia e qualsiasi cosa che possa allargare lo sguardo sul mondo attraverso il pensiero di altri contemporanei o che ci hanno preceduti. Ti immagini una persona che si mette a fare lo scienziato senza tenere conto di chi l’ha preceduto o di chi attualmente sta facendo le stesse ricerche? Così il poeta. Per esserlo non ci si sveglia al mattino e si è subito poeti, si deve fare un percorso, che richiede rigore, coraggio, passione, lettura, studio. La scienza è ricerca, e la poesia pure, la scienza usa la matematica, la poesia usa la parola. Lo scienziato osserva ed elabora una teoria, il poeta osserva ed elabora similmente le sue visioni in un sistema poetico che ritiene adatto ad esprimerle. Scienza e poesia si abbracciano, ma, nonostante questi parallelismi, la poesia, secondo me, è un gradino sopra la scienza e anzi la ingloba. Per esplicitare meglio il mio pensiero riporto per esteso la poesia che citi nella domanda: “Le scienze devono essere poetizzate / poiché il poeta vede i nessi tra le parti del reale – / laddove la scienza divide il poeta unisce.” C’è una differenza sostanziale tra lo scienziato e il poeta, il poeta da sempre, per quanto vada a sviscerare il particolare, ricerca l’interezza, l’integrità, nel suo sguardo anela alla totalità, si è sempre comportato così. Lo scienziato invece si è via via settorializzato, ha fatto a pezzi la natura per comprenderla, ma la tendenza della scienza fondamentale moderna, quale la Fisica, è adesso quella di ricomporre i pezzi per trovare una teoria unitaria del tutto. Il poeta invece è custode di un’interezza che risiede nell’anima del mondo, che per me è un luogo di fantasia e realtà. Spero di aver risposto alla tua domanda.

Si respira un profondo senso di libertà nella lirica Cose di Antonia Pozzi: “E tu non dire/ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita – se cerco nella sabbia/il sole e il pianto/dei mondi- se getto nelle cose la mia anima/più grande e credo/ ad immense magie..”. Lo sguardo del poeta s’immerge nel Tutto per poi risalire a galla e respirare nell’attesa brulicante della parola che fuoriesce dall’anima. Questo largo campo di esplorazione in cui opera il poeta, si avverte anche nella tua poesia Le cose: “Le cose sconfinano in spazi/che non pensiamo./Hanno libertà che a noi non spettano./I loro risvegli sono repentini/incutono timore.” Perché la grandezza del reale infonde talvolta una leggera trepidazione sull’immensità dell’anima?

Cara Sofia, con le tue domande vai a mettere il dito proprio nel senso delle cose, nel loro dover essere, nell’ontologia del mondo e delle relazioni fondamentali che lo governano. Riuscire a dare una spiegazione al perché il reale infonda una leggera trepidazione sull’anima, è simile a chiedersi perché l’universo ha le leggi che ha. Quindi, non tanto chiedersi come l’universo funzioni, ma perché funziona nei modi che vediamo. In questo modo si esce dal campo del “come le cose avvengono” e si entra nel campo del “perché le cose avvengono”, cioè si esce da un campo di ricerca oggettivo per entrare nel soggettivo, nel mondo delle sensazioni e delle interpretazioni, nella libera immaginazione che non ha riscontri oggettivi. I versi di Antonia Pozzi, che non conoscevo, sono bellissimi, proprio perché nella loro semplicità affondano nella libertà della persona di creare il proprio mondo, con i propri valori e le proprie priorità esistenziali, “E tu non dire / ch’io perdo il senso e il tempo della mia vita”, non ci è permesso di dirlo perché il suo dire, “se getto nelle cose la mia anima / più grande e credo / ad immense magie”, rivela il suo mondo di verità, ed è l’atteggiamento più vero della sua esistenza, è il modo con cui ella parla con il mondo e, soprattutto, il mondo parla a lei. Le cose hanno il potere di nascondere, e quindi anche di mostrare – se sappiamo cercare e osservare – la loro verità, e la verità è sempre soggettiva. Ma il soggettivismo, in questo caso, non è negativo, anzi è positivo e non è relativismo, anzi, è quanto di più bello ci possa essere, perché una verità sul mondo, se esiste, dovrà necessariamente esistere nel rispetto delle molteplici soggettività che la osservano, quindi dovrà avere manifestazioni plurime. La verità è necessariamente l’unità delle diversità, è l’insieme delle visioni sul mondo, lo stesso mondo per tutti, ma visto-vissuto da angolature differenti; senza Antonia Pozzi la descrizione della verità sarebbe impoverita di un punto di vista, il suo, irraggiungibile da chiunque altro, lo stesso senza il tuo e il mio e di chi legge questa intervista, ognuno vede la sua parte di verità. E tutto questo è uno stato esistenziale, cioè non è necessario essere scrittori o artisti perché quella parte di verità sia manifestata, esistono tempi escatologici in cui, in qualche misterioso modo, le visioni sul mondo saranno recuperate per rendere manifesta la Verità, interamente (e qui entra in gioco la mia fede cristiana nella resurrezione); essa, per manifestarsi, ha necessità della nostra compartecipazione, della nostra esistenza. Gli artisti, tra cui i poeti, rendono evidenti fin da subito le loro visioni sul mondo e, quindi, sulla Verità, le “narrano” in qualche modo, con parole (per esempio la poesia) o immagini (per esempio la pittura), con il movimento armonioso (per esempio la danza) o con l’armonia dei suoni (per esempio la musica), eccetera. In conclusione, la grandezza del reale infonde trepidazione sull’anima perché il reale, a mio avviso, è il corpo della Verità che respira, si dilata e si contrae, e l’anima di ognuno di noi è come adagiata su questo immenso pètto respirante in cui batte un cuore, ed è il pètto dove ognuno di noi vorrebbe stare per sempre adagiato in intimità e pace.

Dov’è la poesia? Sui libri, sui manuali, nella parola oppure essa è recondita e ancora tutta da scolpire?

La poesia è nei libri – sicuramente – nelle stupende parole scritte, nelle immagini, ma anche nelle danze e nelle musiche di uomini e donne che hanno saputo osservare il mondo, esprimendolo, in base ad una necessità e ad una sorta di ossessione, come meglio sapevano fare, senza finzione, con onestà e verità verso sé stessi, prima di tutto. Ma per capire dove risiede la poesia penso che sia necessario seguire i poeti, poiché essi la cercano in continuazione, e da essa sono cercati. Quindi la domanda è: dove vanno i poeti a stanare la poesia? Che direzioni prendono? Dove guardano? Che cosa fanno? (Per poeta intendo, più in generale, l’artista). Per rispondere a queste domande chiamo in causa la poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen. In una sua bellissima e breve poesia, che qui propongo in una mia traduzione, così si esprime:

Trasferire il quadro il muro la brezza
Il fiore il bicchiere la lucentezza del legno
E la fredda e vergine liquidità dell’acqua
Nel mondo della poesia limpido e rigoroso

Preservare da decadenza morte e rovina
L’istante reale di apparizione e di sorpresa
Guardare in un mondo chiaro
Il gesto chiaro della mano toccando la tavola

(tratta da Livro Sexto, 1962, Editorial Caminho)

Vi è narrata la missione del poeta: “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e sorpresa”. I poeti vanno a stanare la poesia nelle cose. Guardano un quadro o un muro? Lì trovano qualcosa che li mette in contatto con la poesia, si apre una porta attraverso la quale avviene un trasferimento, degli oggetti e dei fenomeni osservati, in un mondo “limpido e rigoroso”, in “un mondo chiaro”; i poeti vedono un mondo chiaro, sono dei mistici ben piantati in terra. Allora la poesia, per tornare alla tua domanda, è ancora in gran parte da scolpire, e non finirà mai di esserlo, almeno finché ci sarà un “occhio” che potrà, o vorrà, osservare nel mondo chiaro di cui parla Sophia de Mello, riuscendo a “Preservare da decadenza morte e rovina / L’istante reale di apparizione e di sorpresa”.

Già Democrito riconosceva nel proprio simile un’immensa ricchezza da cui trarre nutrimento spirituale: “Per me una persona è come un’intera nazione, e una nazione come una singola persona”. Quanto è importante per te il confronto e il contatto tra spiriti diversi che s’incontrano in un unico spazio condiviso?

E’ tutto! E’ importantissimo. Senza condivisione c’è morte spirituale, artistica, umana: c’è inferno. L’inferno, molto probabilmente, è una condizione esistenziale in cui non v’è la condivisione. La condivisione è una necessità di ogni essere umano, anche di coloro che in apparenza si chiudono gravemente in sé stessi. In particolare nell’arte è fondamentale. Ti immagini se un poeta scrivesse solo per sé stesso, o un ballerino ballasse solo per sé stesso? Penso che quando scriviamo o quando balliamo, o quando dipingiamo, se andiamo a indagare, sotto sotto, c’è sempre un pubblico davanti al quale stiamo agendo, un pubblico reale o simulato nel pensiero, un pubblico che forse verrà, qualcuno davanti al quale la nostra arte diventerà oggettiva, fosse anche soltanto la nostra coscienza.

E anche per combattere la tentazione del solipsismo poetico, io e Giuliano Brenna, abbiamo fondato il sito di letteratura. Esso prende spunto dalla famosa opera proustiana ma attira soprattutto per quella parola “ricerca”. Ricerca di che cosa?... Ricerca anche intesa di altri, di te, di lui, di tutti coloro che vogliono andare avanti in cordata, crescere insieme, evolvere, capire, migliorare, mettersi in gioco nel pensiero di un altro simile, di molti altri, insomma di donarsi, letterariamente parlando e non solo. Abbiamo visto molti fiori sbocciare, piante crescere, dare frutti, abbiamo visto cose molto belle, in un luogo che vuole essere essenzialmente accogliente, senza caste o baronie… almeno ci proviamo. Vorremmo una letteratura fondata sulla vita, sulla reciprocità, su intenti comuni, un popolo di poeti che sappia camminare insieme, senza punte di autoaffermazioni. Siamo coscienti che nel camminare insieme, nell’apertura totale a chiunque, ci saranno scritture diverse, per dirla chiaramente, di livello differente, ma ognuno di noi sa bene che la crescita è una potenzialità e una opportunità per tutti, e che nella relazione può essere realizzata con soddisfazione. Vorremmo, più che un singolo grande poeta, una armonia di poeti.

Spesso nelle tue poesie, anche se non è chiamato per nome, vibra la costante presenza del Silenzio. Per Picard, quest’ultimo ha un aspetto poetico, non si identifica con il non-essere e lo immagina come un grande tappeto dove le cose scorrono. “La parola che deriva soltanto da un’altra parola è dura e aggressiva. Una parola siffatta è, per giunta, solitaria: una gran parte della malinconia odierna deriva dal fatto che l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio. Questo ripudio del silenzio ha per l’uomo il peso di una colpa, colpa che si manifesta sotto forma di malinconia.” Dunque parola e silenzio sono legati: la parola sa del silenzio come il silenzio sa della parola. Come interpreti le parole di Picard, e quanto è funzionale il silenzio durante il momento creativo?

Sottoscrivo l’affermazione di Picard, mi ci ritrovo. Penso che non sia necessario darne un’interpretazione, le sue parole sono esaustive, chiare, per me condivisibili. In particolare mi colpisce l’affermazione “l’uomo ha reso la parola solitaria, per averla separata dal silenzio”. E’ un modo di fare che, a mio avviso, ritroviamo in tutti i mezzi di comunicazione, in tutti i Media, da essi sembra emergere il fatto che il silenzio non vada bene… si cerca sempre di evitare tali momenti, con parole, immagini sovrabbondanti o musica. Ma anche tra le persone talvolta c’è paura del silenzio, si ha paura che stare in silenzio davanti a un’altra persona, o al fianco, possa essere segno di maleducazione, la cosa imbarazza e allora si parla del tempo, o di chissà che cosa. Talvolta non sappiamo stare in silenzio neanche con noi stessi, qualche volta parliamo da soli, pensiamo in maniera spropositata a tutti i nostri impegni e attività, accendiamo tv e radio, o computer: dobbiamo compensare la “noia” del silenzio. Forse questa lotta al silenzio deriva dalla paura, dalla paura di capire che la vita che stiamo conducendo è sbagliata, c’è paura che dal silenzio emerga chiara la voce della nostra coscienza, la voce di Dio, per chi crede, e quella voce ci chiami a qualcosa di diverso, qualcosa che non è in linea con lo standard del mondo. Così facendo, anzi, così non facendo silenzio, quanto perdiamo? Forse la nostra stessa vita. Sappiamo bene che gli attimi di silenzio sono preziosi e che in quei momenti le voci che salgono da dentro possono renderci nuovi e liberi. Sono voci che hanno la potenza di generare, di creare. L’atto creativo, non solo artistico, nasce dal silenzio, sale dal silenzio, s’espande, nel silenzio, dentro la nostra anima, ci rende dèi… ma senza nulla togliere a Dio, non è certo un confronto con lui che vogliamo qui fare. Dèi in quanto capaci di fare il bene o il male di noi stessi e dei nostri prossimi.

Se per Sartre il prosatore illumina i sentimenti man a mano che li espone, “il poeta, invece, quando ha versato le sue passioni nella poesia, non le riconosce più: le parole se ne impadroniscono, se ne imbevono e le trasformano. L’emozione è diventata cosa, ha ora l’opacità delle cose”. Jean Paul attribuisce concretezza alla parola del poeta che, invece di conoscere prima le cose dal loro nome, è come se stabilisse subito un contatto silenzioso per scoprire una tenue luminosità corporea nel momento in cui esso si volge alle parole. Quanto condividi questo pensiero?

Posso dirti che per me avviene così: quando scrivo un testo parto da parole che salgono da dentro, come una sorta di incipit che dà il senso del pensiero, un pensiero che si sviluppa quando osservo una cosa, un’azione, una persona, oppure quando vivo un’esperienza sensoriale che talvolta evoca ricordi o fantasia. Cerco di scrivere subito questa sorta di incipit, prima che evapori, se non riesco a scriverlo, perché non ho carta e penna, allora lo ripeto fintanto che arrivo alla più vicina penna con foglio di carta e trasferisco il mio pensiero lì sopra. Se ho tempo mi fermo e con calma faccio emergere il resto con pazienza, provando a scrivere le parole più adatte a consolidare l’intuizione. Una volta fatto questo chiudo il quaderno, o ripongo il foglio, e lo scritto è dimenticato, fino a quando lo riprenderò, ma dopo molto tempo, per inserirlo in una raccolta o quant’altro, lavorandoci sopra assiduamente. Per tornare alla domanda, sento vero il fatto che una volta che ho riversato le “passioni” nella poesia, le parole se ne sono imbevute e io le ho perse.
In genere sulle poesie lavoro moltissimo, fino a che non ottengo ciò che voglio, a quel punto la passione è completamente persa, nel senso che la poesia potrebbe essere stata scritta da un altro, ma, in realtà, chi perde trova, e difatti le poesie, così lavorate, mi restituiscono la “passione” iniziale, ma levigata, ripulita, universalizzata: le parole ne sono diventate custodi, non più io, il poeta le ha perse. Se mi chiedi di dirti a memoria un mio verso, non saprei farlo… tutto mi si opacizza, per dirla alla Sartre.

Cosa sarebbero le nostre città se al posto dei manifesti pubblicitari fossero stampati versi di poesie, se l’arte venisse riconosciuta come parte fondamentale delle nostre vite in modo da integrarsi perfettamente con lo sviluppo materiale del processo storico?

Stai parlando di fantascienza. Ma non vorrei mai vedere stampate poesie per le strade al posto dei manifesti pubblicitari, è un modo di vedere tipico del mondo consumista, consumare poesia, pubblicizzare poesia, poi la poesia di chi? Della Mondadori? Dell’Einaudi? Pur con tutto il rispetto, no. Si sa che avrebbero la meglio coloro che hanno più soldi, ma di fatto è già così, ultimamente vedo in giro per Roma manifesti pubblicitari di romanzi, come fossero tortellini di Giovanni Rana (il primo che mi viene in mente).
Semmai sarebbe necessario creare le condizioni, anche abolendo tutti i cartelloni pubblicitari, affinché le giovani e le vecchie generazioni possano recuperare la passione per l’uomo, per la natura, per la convivenza, per le città vissute a misura d’uomo. Se si recuperassero queste passioni-valori la poesia tornerebbe manifesta, sarebbe la vita stessa, forse non ci sarebbe neppure più bisogno di scrivere poesia, perché staremmo bene, magari canteremmo e balleremmo, ma non quelle stupide canzoni da botteghino… nel tuo caso anche dipingere sarebbe forse più facile, alla luce di una serenità sociale ritrovata… almeno la si cercasse… invece i tempi sono disonesti, bui: la poesia sembra cosa ridicola; tante persone non vengono rispettate, anzi sono oggetto di disprezzo, di razzismo… fondato su cosa? Sul moralismo assolutista di altri che pensano di avere nella storia ragioni persecutorie, e che invece dovrebbero essere esempio d’apertura, accoglienza e pace.

“Potrebbe ben accadere che la luce interiore emergesse una buona volta da noi, sì da non aver più bisogno d’altro” (Goethe). Basterebbe dunque sviluppare con passione le proprie facoltà spirituali per capire dove risiede la vera ricchezza. Una fortuna che ha ben poco di materiale ma che sprofonda l’anima di gioia e di immensa gratitudine per l’esistenza ancora concessale. Oggi la poesia è ancora in grado di illuminare gli uomini?

A questa domanda penso di avere già risposto nella precedente. Sì, la poesia è in grado di illuminare gli uomini, ma quelli che lo vogliono. Non c’è mai da dimenticare la libertà delle persone, di questi tempi ci si dimentica spesso del valore delle persone e della loro libertà, ma anche dei loro diritti, e certo anche dei doveri. In una mia poesia, riportata in “Cielo indiviso”, Manni Editori, 2008, affermo:

Che cosa sarebbe dell’umanità
senza i poeti
che con le loro lance verso il cielo
ne sostengono l’orgoglio
e il giudizio?


La poesia ha il dovere di sciogliere i lacci dei tempi moderni. Sempre Sophia de Mello affermava che la poesia è rivoluzione! Ecco qua un passaggio assai interessante, parte di un discorso più ampio (la versione integrale si trova qua): “L’amore positivo della vita cerca l’integrità. Poiché cerca l’integrità dell’uomo la poesia in una società come quella in cui viviamo è necessariamente rivoluzionaria - è il non-accettare fondamentale. La poesia non ha mai detto a qualcuno d’avere pazienza. […] È la poesia che mi implica, che mi fa esistere nello stare e mi fa stare nell’esistere. È la poesia che rende intero il mio stare sulla terra. E poiché è la più profonda implicazione dell’uomo nel reale, la poesia è necessariamente politica e fondamento della politica. La poesia cerca infatti il vero stare sulla terra dell’uomo e perciò non può estraniarsi da quella forma dello stare sulla terra che è la politica. Così come cerca la vera relazione dell’uomo con l’albero o con il fiume, il poeta cerca la vera relazione con gli altri uomini. Questo l’obbliga a cercare ciò che è giusto, questo lo implica in quella ricerca di giustizia che è la politica. […]”. E con queste parole ho concluso.

Grazie, dunque, Sofia, per queste tue domande che mi hanno permesso di meditare un poco sulla poesia e sul senso della mia scrittura. Complimenti per il tuo blog, pieno di spunti di riflessione, ma soprattutto complimenti per i tuoi quadri, li trovo particolarmente pregni di armonie e importanti necessità espressive.