Figura di un Dormiente

In alcuni periodi risultava piacevole affidare la mente al gioco critico della lettura durante il breve tragitto di un mezzo pubblico. Però qualcosa insistentemente chiamava tramite una voce insigne e al tempo stesso graziosa. Un reticolo fitto di sguardi tra i passeggeri attraversava la pesantezza dell'aria, la filtrava in un pulviscolo di pensieri tristi o più lievemente maliconici, assenti o addirittura briosi. Piccoli sorrisi nascevano dal nulla apparente per poi sciogliersi tra labbra filamentose e sottili, come meteore che sfuggono improvvise nell'oscurità di un pensiero profondo. I più anziani pronunciavano cavernosi sussurri e con le loro mani gravitavano lungo lo spazio da loro occupato cercando di comunicare invano con quello altrui.

Era sostanza umana che pensava tra le fessure di una solitudine calante, dolcemente ombreggiata da un ricordo passato, forse perduto tra i contrasti di un giorno felice.

C'era anche una donna a cui non riuscivo dare un'età precisa.

Divenne personaggio dei miei pensieri, delicata creatura dormiente che posa la sua gravità lungo le rive del caos cittadino. Era ora di pranzo e se ne stava in piedi, lottando tra le frenate e le partenze del mezzo per rimanere salda nel suo equilibrio. Con gran foga mordeva una pasta di riso accertandosi che ogni boccone giungesse a destinazione e, per assicurarsi di ciò, portava metà delle dita lungo la parte interna e orbicolare della bocca. Segmenti di luce adornavano il suo capo: alcuni boccoli si nascondevano dietro le orecchie mentre altri, più confusamente, scendevano con tendenze ramificate lungo il suo pallido collo. Lo sguardo, fresco e penetrante, seguiva lo scorrere del paesaggio con ritmo elastico. Poi ad un tratto e con voce appannata, come quando gli amanti sussurrano le prime parole dopo un lungo bacio, chiese la fermata ma il conducente non rispose alla sua richiesta. Si guardò intorno, perplessa, perduta e taciturna come se la sua forza di bambina risultasse troppo debole per contrastare quella più adulta. Qualcuno al suo posto avrebbe protestato, forse inveito, mostrato il suo cartiglio di baldanzose critiche rivolte poi alla società stessa e verso quel grande sistema che pensa a sfamarlo per negargli poi il tempo di vivere la sua ultima natura dimezzata. La mia piccola creatura dormiente preferì invece assistere inerme alla potenza delle cose e alla sua straordinaria semplicità, lasciando che scorressero senza opporre alcun tipo di resistenza.

Osservava in silenzio, priva di flebili pensieri sfociati nel male perchè semplicemente non era capace di produrli.

Lei conosceva bene il sapore della sua pasta di riso e nient'altro. Ma è partendo da quest'ultima negazione che possiamo addentrarci in un percorso a ritroso che sveli il prezioso segreto della sua selvaggia poesia.

Strofinò le sue mani zuccherate lungo la veste che la ricopriva e infinite bricioline di riso caddero sul pavimento creando un gioco di continua caduta. Le porte si chiusero e lei era già scesa per andare in una destinazione a me ignota.
Neanche il tempo di salutarla con la voce del suo stesso silenzio...

Mostra collettiva a Palermo


Palermo - Carrara
a cura di Tiziana Pantaleo e Fabio Sciortino


Da Palermo: Paolo Amico, Mirko Cavallotto, Angelo Crazyone, Serena Fanara, Katia Licari.

Da Carrara: Roberto Calo’, Alessia Iannetti, Chiara Lera, Sofia Rondelli, Matteo Tenardi.

Un progetto fortemente voluto, frutto di un lungo periodo di scambio e relazione.
Una conferma per lo Spazio Cannatella che con questa mostra riapre i battenti, e ribadisce l'attenzione verso i linguaggi dei giovani, di cui segue orgogliosamente la crescita.
Non vuole essere una mostra tra accademie ma si focalizza sullo studio, la tecnica e la disciplina.10 artisti daranno voce a realtà spesso taciute e strette nei loro territori.
Dopo la prima tappa di Carrara, il 18 Novembre inaugura allo Spazio
Cannatella Palermo-Carrara (il ritorno). *A/R di un viaggio che ha segnato e posto l'attenzione su due realtà lontane ma parallele. Giovani talenti che arrivano freschissimi di accademia. Due esperienze, due scuole, Palermo e Carrara in dialogo.

Artisti giovani, talentuosi, capaci di rappresentare e rappresentarsi.
Linguaggi diversi, autonomi, ma già indipendenti.



Dove:
via Papireto 10
Palermo,
Italy

Quando:
venerdì 18 novembre alle ore 19.00
fino al 18 dicembre, ore 22.00



La poetica delle cose

Intervista di Sofia Rondelli a Selena Maestrini


Selena Maestrini nasce nel 1982 nel comune di Bagno a Ripoli.

Nel 2001 si diploma in scultura allIstituto Statale dArte di Firenze. Nellanno 2006/2007 consegue il diploma di pittura nella scuola di A. Bimbi allAccademia di Belle Arti di Firenze. Conclusa l’esperienza accademica prosegue una collaborazione costante con allievi ed ex allievi del Prof. Bimbi grazie a progetti ideati e curati dallo stesso. Espone il proprio lavoro in varie personali e collettive a cura di Susanna Ragionieri, Giuseppe Cordoni,Adriano Bimbi. Nel 2010 collabora con unidea di Alessandro Fornari, realizzando la personale Canti di unesposizione, una mostra-concerto volta a mantenere viva la conoscenza della tradizione canora popolare. Sempre dal 2010 realizza progetti artistici con un gruppo di giovani pittori, con i quali ha fondato l’associazione ARTEFICE. Vive e lavora tra Firenze e San Casciano Val di Pesa, nel Chianti.

Il suo percorso si realizza in lavori di piccole dimensioni, con una tecnica che mischia matita, penna, olio e grafite sulla carta. Le opere, a volte, sono il risultato di semplice ed effimera attrazione, più spesso parte di un promemoria necessario e personale. Cerca oggetti, persone, paesaggi e luoghi con cui creare un dialogo esclusivo.

Esplorare la tua pittura significa misurarsi entro una dimensione quotidiana dove gli oggetti assumono piena cittadinanza artistica. La tavolozza appare terrosa, materica, velata da un cromatismo armonico che permetta ad ogni colore di accordarsi l’uno con l’altro all’interno di un dialogo intimissimo. La presenza umana è pressoché assente: sono i paesaggi, luoghi e ambienti a farsi largo, raccontando brani di umanità per mezzo di una lettura fortemente intrisa di lirismo, mai ostentato. Da dove nasce il tuo bisogno di fermare, servendoti della pittura, momenti e scene rubate dall’attimo quotidiano?

La necessità del ricordo è il punto di partenza. Costruisco un promemoria di oggetti per fermare il ricordo di chi mi ha dato e preso. L’impressione si realizza nella forma delle cose. Ogni volta spero di far vedere effettivamente agli altri ciò che ha colpito me.

Ad una primissima lettura, il tuo scenario pittorico si potrebbe dire essere animato dalla grande impronta del Silenzio. Quanto ritieni vera questa espressione?

Forse è solo l’attimo dopo in qui gli altri si sono chiusi la porta e lo spazio alle spalle. L‘istante che pare è forse silenzio ma io ne conosco il rumoroso prologo, che fa parte del risultato. E’ vero anche che il silenzio è condizione fondamentale per me e allontano il rumore con decisione.

“Il conoscere filosofico esige che ci si abbandoni alla vita dell’oggetto o, che è lo stesso, che se ne abbia presente e se ne esprima l’interiore necessità”. Nella tua pittura emerge la volontà di far affiorare sulla superficie pittorica proprio l’intima essenza della “cosa” animata da una meticolosa attenzione, mai didascalica, volta a effigiare scampoli di quotidianità. Qual è il tuo rapporto con il mondo delle cose?

Il mondo delle cose è ciò che mi circonda, è il luogo con cui dialogo a dispetto del fatto di essere persona.

Quali personalità, artistiche o letterarie, hanno notevolmente influenzato il tuo modo di rapportarti e di vivere la pittura?

Sicuramente l’esperienza che ha influito di più sul mio percorso e sulla crescita, è stata quella in Mugello.Il Professor Adriano Bimbi, cattedra di pittura all’accademia di Belle Arti di Firenze, ha creato e curato un cantiere estivo durato 10 anni, a cui ho partecipato per tre stagioni. Ogni anno, un gruppo di allievi ed ex allievi, ha avuto la possibilità di vivere insieme un’esperienza unica di pittura, condivisione e vita nella Tabaccaia di Cavallina, a Barberino di Mugello. Sotto la guida del Prof.Bimbi abbiamo potuto percepire la concretezza di un lavoro personale. Un’ esperienza decisiva per cominciare a realizzare un percorso pittorico concreto e definito, o comunque averne la percezione. Il vivere quotidiano, 24 ore su 24, assieme ad altri pittori, con un confronto continuo e con l’inevitabile influenza reciproca; ci è servito per comprendere come la comunicazione si collochi tra gli strumenti vitali all’evoluzione del proprio lavoro. So con certezza che se non avessi sfruttato quest’opportunità sarei, certo, molti passi più indietro. Pensando a personalità letterarie o artistiche che possano avermi influenzato, certamente la scrittura, la narrazione delicata di Cesare Pavese, è affine alle mie intenzioni. I suoi racconti brevi, ‘il Carcere’ prima di tutto, sono diventati un punto di riferimento e anche un possibile, plausibile, desiderato progetto pittorico che prima o poi porterò a termine. L’intenzione è di ricreare in pittura il suo immaginario. La luce del sole estivo che brucia col sale, la polvere delle strade sterrate e il punto di vista del protagonista, costretto al confino su un’isola. Trovare la via per descrivere la pace dell’ambiente e il consumarsi dell’animo, nel muoversi in circolo in uno spazio limitato che comprime la speranza di rintracciare la propria identità. In fondo la direzione è quella già intrapresa da tempo.

Di grande interesse è il modo in cui tratti i supporti su cui vai a sprigionare la tua attività creativa, volta ad abolire la linea di contorno e preferendo anzi, un impasto che lasci al colore il suo ruolo da protagonista. Che cosa domina, più di tutto, nella tua pittura?

Credo nella materia. Che sia corpo o muro deve farsi avanti la consistenza vitale che mi ha conquistato.

“Quasi senza saperlo, stiamo perdendo il nostro senso delle cose. Smarriamo la sensazione di come è fatta una cosa; del suo peso, del suo volume, del suo spessore, dei suoi colori, delle sue ombre, dei piccoli segni che ne feriscono la superficie, del valore metafisico e simbolico che essa può avere nella nostra vita”. La tua pittura ci prende per mano e ci consegna davanti a ciò che è stato, nel momento esatto in cui l’azione si dissolve facendo posto all’azione del tempo che blocca l’istante, eternandolo. Condividi il pensiero citatiano?

Certo. Provo profondo amore per le cose che osservo e fermo su carta. Ho la necessità di dargli attenzione totale. Bisogno. Forse è la più semplice familiarità con oggetti che mi circondano, che mi dà la tranquillità di raccontarli senza incertezze.

E’ sorprendente notare come, in una continua “ibridazione” della cultura dominante dove “essere locali in un mondo globalizzato è un segno di inferiorità e di degradazione sociale”, possa sopravvivere ancora un tipo di pittura che celebri le radici della propria terra, riscoprendone la dominante poetica adottando un linguaggio estremamente moderno. Paesaggi toscani, riquadri murari, distese maremmane affiorano in tutto il suo pregio pittorico. Quando è sorto in te, il bisogno di trasfigurare la realtà quotidiana incarnando una visione che ripercorra il reale, senza mai frantumarlo del tutto?

L’attenzione al paesaggio toscano e comunque ad ambienti familiari è parte dell’esperienza cominciata in Mugello e non di meno della voglia di tracciare un percorso d’osservazione d’intorno ricomponendo informazioni e immagini dall’infanzia in poi. Una visione che ripercorre il reale arriva da sè, un albero parla più di altri e mi accompagna per giorni in una relazione esclusiva. Porta ad un risultato più immediato e comunque raggiungibile, anche se fondato soltanto sulla memoria e non in un’osservazione dal vero. Ciò non toglie la voglia di scrutare oltre ciò che mi è ampiamente familiare, con la voglia di riuscire a proseguire il racconto. Allargare il cerchio, l’insieme. La possibilità di poter illustrare agli altri ciò che c’è intorno è il tentativo personale del pittore, dell’artista visuale, di frenare l’ibridazione. Ostinarsi a mantenere un punto di vista.

Torniamo alla tavolozza cromatica dei tuoi dipinti. La purezza del colore risulta deflagrata dalla forza sublime del tempo che armonizza ogni singola superficie. Nessun contrasto violento, nessuna distorsione ottica; un fotogramma del reale viene filtrato da una sensibilità pittorica tutta particolare che riporta alla luce un universo dominato, essenzialmente, dall’ombra della quiete, in un Silenzio che ancora permane, ben lontano dall’abbrutimento caotico e confusionario delle grandi metropoli. Qual’è il tuo rapporto con il colore?

Mi capita spesso di inseguire ferocemente il colore: negli stucchi venuti male su di una parete ,in una porta fatta solo di ruggine potente, nella luce di un istante preciso, e solo dopo, costruirci intorno lo spazio in armonia con quello che è diventato il soggetto del ‘ritratto’.

“La nostra cultura banalizza l’oggetto e il ruolo da esso occupato nella società: ne dimentica il posto e la funzione, oppure non vuole vedervi altro se non l’espressione e il mezzo della nostra definitiva alienazione”. Cosa ne pensi al riguardo?

Consumare sempre più velocemente ogni cosa disperde la possibilità di profonda attenzione. Pare fuori sincrono lo scegliere di dipingere, di poter lasciare il tempo dell’attesa e dell’osservazione al centro del proprio lavoro. Va da se come il mestiere del pittore non si coniughi facilmente con il contemporaneo, o comunque resti ai margini. Condividere e mantenere il ritmo e non di meno la visione del reale attuale, si scontra col dare attenzione alla Cose come presenze del quotidiano. Il tempo di osservazione e la sua decantazione, sono processi lenti e non sempre possibili.

CHE COS’E’ L’ARTE? di Lev Tolstoj

A Lali Burduli


"L'uomo, grazie alla sua attitudine a essere contagiato, per mezzo dell'arte, dalle sensazioni altrui, vede rientrare nel dominio dei suoi sensi tutto ciò che prima di lui ha provato l'umanità, gli divengono accessibili i sentimenti dei suoi contemporanei come quelli degli uomini vissuti mille anni addietro, e gli si presenta la possibilità di trasmettere ad altri i suoi sentimenti."


Non è affatto una questione semplice fornire una risposta per un quesito assillante come quello posto da Tolstoj su cui critici e filosofi hanno riempito, nel corso dei secoli, volumi di estetica. Schiller, Kant, Schlegel, Hegel e tanti altri ancora ci hanno proposto argomentazioni e modi diversi d’intendere l’esperienza artistica, polarizzando il pensiero tra arte intesa come godibilità estetica (il bello e il piacere), e arte concepita all’interno di una struttura etico - morale. Ripercorrere le tappe dell’estetica moderna e scovare il messaggio latente nelle radici storiche delle avanguardie artistiche del Novecento, ci aiuta a comprendere che l’arte, oggi più che mai, pone il problema ontologico della sua definibilità. Se Lev Tolstoj cerca di rispondere alla questione in modo non molto esaustivo con il saggio del 1897, oggi la critica, ma soprattutto il pubblico, avverte l’urgenza di spostare la riflessione su “che cosa” sia effettivamente arte, sensibilmente turbata dall’attuale e caotico panorama artistico che assume sempre più visibilmente un aspetto proteiforme. Turbamento che non è affatto nuovo se pensiamo alla famosa Fountain di Duchamp e che continua, evidentemente, a risollevare molti degli interrogativi passati. Colore, tela, creta, gesso, bronzo, pietra e legno indicano ormai qualcosa di obsoleto: l’arte, o meglio l’artista, ha cercato di superare i consueti campi operativi per formulare un linguaggio del tutto nuovo in stretto contatto con la scienza, l’evoluzione tecnica e la mutevolezza sociale, varcando addirittura i semplici confini espositivi per spostarsi e intervenire direttamente sul territorio urbano e naturale, cercando di abolire la logica del mercato artistico e quella del collezionismo. Se l’arte contemporanea cerca di servirsi il più possibile dei vocaboli del linguaggio moderno, non è detto che riesca a porsi, con la stessa efficacia, come punto nevralgico e centrale della riflessione sociale. Gillo Dorfles, per mezzo di una sottilissima acribia acritica, afferma nel saggio L’oscillazione del gusto: l’arte tra tecnocrazia e consumismo: “oggi stiamo assistendo a continue rivoluzioni, non solo nel gusto artistico ma nell’oggetto stesso di quello che siamo soliti definire arte e tali rivoluzioni ci portano a considerare arte quello che un tempo non lo era. Oggi non è più possibile parlare d’arte nei termini di un’essenza categoriale e immutabile dello spirito, ma come di una mutevole realtà il cui stesso significato muta a seconda delle epoche e può persino identificarsi, di volta in volta, con il mito, la religione, la società”. Il sentore di questa realtà estremamente dinamica e impervia si avverte anche nel saggio di Tolstoj, dunque molto tempo prima che avvenisse la frattura epistemologica con le avanguardie nei primi inizi del Novecento. Prendiamo in esame il periodo in cui il grande scrittore russo fece le sue considerazioni sul coevo panorama artistico; la data della pubblicazione risale al 1897 ma in realtà la stesura del saggio lo impegnò per una durata totale, talvolta saltuaria, di ben quindici anni. L’impressionismo era già sbocciato e la maniera accademica cominciò ad essere motivo di dibattito per la nuova generazione di artisti, mentre più tardi verrà presa in esame, con vedute più ampie e meno vincolate, anche da parte dell’assetto critico. Nonostante Tolstoj dimostri un pensiero assai arcaico e monolitico, incapace di comprendere lo spirito rivoluzionario che animò tutto l’Ottocento (specie quello degli ultimi decenni come evidenziò Mario de Micheli nella sua storia dell’arte), in diverse parti del saggio troviamo spunti illuminanti, estremamente attuali che ci portano a discettare la sfera artistica all’interno di un campo ideologico e severo come quello tolstojano. Il lettore, al di là delle opinioni divergenti o meno con lo scritto saggistico, può “armarsi" di una struttura critica in grado di riconsiderare aspetti dell’arte che vengono, sempre più spesso, presi in minor considerazione. Significative le parole centrali del quinto capitolo: “Per definire con esattezza l’arte, occorre anzitutto smettere di considerarla come un mezzo di godimento, e ravvisarla invece come una delle condizioni della vita umana. Sotto questo profilo, ci sarà impossibile non vedere che l’arte è uno dei mezzi attraverso i quali si attuano le relazioni tra gli uomini. Ogni opera d’arte fa sì che chi la intende entri in un determinato genere di relazione con chi l’ha prodotta o la produce e con tutti coloro che assieme a lui, o prima o dopo di lui, hanno percepito o percepiranno la medesima impressione artistica.” Arte diventa quindi sinonimo di espansività, dilatazione, prolungamento dell’essere, santissimo contagio tra gli uomini, creazione di universi alternativi alla realtà, comunicazione immediata di immaginari collettivi e tanto altro ancora; l’arte può essere in grado di creare un vivo scambio tra culture diverse, punto d’incontro tra esperienze differenti che trovano la loro espressione nel linguaggio visivo. Riflettiamo sulle parole di Tolstoj e chiediamoci se oggi, ma anche durante il tempo in cui avvenne la stesura del saggio, possiamo asserire in modo univoco che “l’arte è ancora uno dei mezzi attraverso i quali si attuano le relazioni tra gli uomini”. Chi avrà avuto modo di visitare mostre contemporanee, si sarà reso conto di quante opere, installazioni o impianti multimediali esigano il supporto di un adeguato testo critico in grado di avvicinare lo spettatore alla lettura dell’opera. Con tutta la concentrazione possibile, il pubblico passeggia irrequieto tra le sale, cercando di capire “dove inizia o finisce l’opera d’arte”, sfogliando volantini e guide per scovare il messaggio latente lasciato dall’artista, enigmatico ad una prima, seconda, terza e quarta osservazione. Ci troviamo di fronte ad un’arte forse fin troppo presuntuosa, dagli elevati pretesti intellettuali, sofisticata e, il più delle volte, incomprensibile per la maggioranza del pubblico. Per comprendere un messaggio visivo, non occorre essere supportati da un’adeguata formazione artistico-culturale. L’arte è comunicazione diretta, immediata, bagno lustrale alle sorgenti della vita, relazione emotiva tra soggetto e oggetto. Quando l’arte non riesce più a comunicare ma a trasmettere soltanto il nichilismo del tempo in cui viviamo, in un disperato circolo vizioso dove si ricorre all’effetto mediatico servendosi di linguaggi destabilizzati, fallisce nel suo intento originario: “L’arte è un mezzo di comunicazione che riunisce gli uomini accomunandone le sensazioni, ed è necessario alla vita e al progresso verso il bene del singolo uomo e dell’umanità”. Se il modo tolstojano di concepire l’espressione artistica si rifà spesso a dei precetti cristiani (dunque un pensiero ideologico molto forte che non discende dalla tradizione evangelica), ciò non toglie che la deflagrazione di certe convinzioni possano essere riprese in considerazione per avviare una lunga serie di riflessioni che ci portino a comprendere il nostro tempo, scovandone le cause e a discettarne gli aspetti centrali. Tra le avanguardie (ma non solo), è diventata ormai una consuetudine segnalare un disagio e svelare problematiche che tendenzialmente si cerca di occultare, indirizzando la comunicazione verso un febbricitante stato di curiosità ricorrendo spesso allo shock, alla deformazione, l’ironia e il grottesco. Ma l’arte deve fare di più; non basta mostrare sotto forme diverse l’ospite inquietante del nostro tempo, ma occorre andare oltre, superare questo stato narcotizzante che depreda il buon vivere, spargendo semi che non diano come frutti nuovi metodi espressivi (che sono già troppi e disorganici), ma che facciano riscoprire la valorizzazione del contenuto, l’efficacia istantanea del messaggio, l’esaltazione di elementi primari come il colore e la materia.

Portfolio personale


A cura di Simone Cimoli,
laureando in Informatica presso l'Università di Pisa.
Progetta, elabora e gestisce la creazione di portfoli virtuali per artisti.

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Sul Silenzio nella pittura

“Il silenzio non esiste più come mondo, ma solo come un suo frammento e come tale fa paura all’uomo. Talvolta, in una città, un uomo precipita improvvisamente nella morte in mezzo al frastuono della strada: allora sembra che all'improvviso, a fianco del morto, risorgano i frammenti di silenzio che se ne stavano fra le chiome degli alberi a lato della strada, sembra che questi avanzi siano strascicati accanto al silenzio del morto e per un momento si fa calma in città: i resti del silenzio sono là, accanto all'uomo caduto e si apprestano a sparire con lui nella morte.”

Max Picard

Quando si lavora all’interno di un supporto pittorico, si è soliti agire con il colore e i suoi resti, i pennelli, l’uso delle mani, la vista e la spinta creativa. Tutti questi elementi hanno a che fare, in maniera più o meno consistente, con l’espressione artistica o, meglio ancora, con tutto ciò che diventa manifestazione dell’uomo per mezzo dell’immagine. Sopiti impulsi sensoriali vengono convocati per dare origine ad un meraviglioso processo unificatore dove pensieri e immaginazione, suoni e parole, sentimenti ed emozioni si fondono con il solo scopo di liberare un’energia interiore che si traduce appunto, in immagine. Ma dove operano questi elementi così diversi tra loro? In che modo possono unirsi così efficacemente originando un solo ed unico prodotto? Qual è l’elemento sacro e santissimo che riesce ad unificarli? Per rispondere a questo interrogativo, occorre edulcorare queste spinte per riuscire ad avvertire il battito nel loro fondo, il tappeto dove esse scorrono indisturbate con il fine unico di sboccare nell’attesa creativa. Avvertiremo il richiamo del Silenzio in cui l’anima fermenta, gioisce, cresce, si spezza e matura per comprendere lo sviluppo di alcune costanti che caratterizzano la fase operativa. E' il silenzio che armonizza le sue forme conferendogli lo stesso peso e la stessa importanza, procedendo lento e salmodiante quanto una litania. Una domanda che sorge subito spontanea è questa: sarà possibile rappresentare gli aspetti dinamici, mutevoli e invisibili del silenzio all’interno di un contesto pittorico? La nostra risposta è già stata ampliamente esplicata con lo sviluppo dellastoria dell’arte: forme bizantine dotate di incredibile sintesi rilucono in ambienti astratti e simbolici tese all’ascolto della fluidità informe del silenzio; la sfinge egizia non è sospensione ma abisso di silenzio mentre nelle cattedrali esso si è eclissato dalla frastornante realtà del rumore; le stampe nipponiche sono state edificate seguendo i fili conduttori del silenzio mentre nei dipinti di Piero della Francesca i personaggi sono avvolti da questa patina indistruttibile che reca armonia e senso di eternità allo sviluppo di virtuosi giochi cromatici. Sono ancora tantissimi gli esempi da riportare ma risulterebbe difficile individuarli con certezza se prima non impariamo a riconoscere il volto del silenzio. Queste riflessioni, nascono innanzitutto con la rilettura dello straordinario saggio “Il mondo del silenzio” di Max Picard, un pensatore difficilmente menzionato dalle antologie. E’ assai insolito pensare come il pensiero di un filosofo, strutturalmente razionale, sia in grado di elaborare dottrine servendosi di un linguaggio metapoetico. Si potrebbe forse parlare del silenzio senza fare contemporaneamente poesia quando entrambi sono cosa sola? Picard esamina questa costante analizzandolo dapprima come un fenomeno a sé, per poi scovarlo addirittura nella natura umana, come se ogni essere umano fosse la personificazione stessa del suo silenzio. Nonostante Picard cada fin troppo spesso in un ritmo ripetitivo e anchilosato scivolando in un pleonasmo di parole, il testo si rivela una ricchissima fonte da cui trovare l’impronta del proprio pensiero seguendone il suo percorso curvilineo. Picard illumina la mente del lettore, lo pone di fronte all'eternità del silenzio mettendo in ridicolo la sua voglia di nascondersi claudicando parole, denuncia con impeto la società del rumore e riscopre il valore dell’uomo nello scorrere pacato e mastodontico di tutto ciò che tace. “In questo mondo, che calcola tutto secondo l’utile immediato, non c’è più posto per il silenzio. Esso è stato bandito perché non era lucrativo, perché si limitava a esistere senza mostrar di possedere uno scopo, non se ne ricavava nulla, era improduttivo. Oggi il silenzio equivale quasi soltanto a incapacità, incapacità di continuare a parlare, una cosa del tutto ridotta, negativa. E’ simile a un errore di costruzione nel continuo corso del rumore.” Questa è la visione distorta che abbiamo generalmente tutti del silenzio, in modo cosciente o no, poco importa. In un mondo come il nostro, animato e reso vivo dal rumore, il silenzio corrisponde soltanto alla feccia del vuoto. Ecco che allora, nuovamente, la pittura deve distinguersi da questi moti rutilanti e chiassosi che narcotizzano l’uomo moderno. La sua voce deve luccicare laddove il rumore regna indisturbato. Ordine e armonia, silenzio intriso di poesia, commistione pittorica unita ad un contenuto vero, proprio e dipendente soltanto da se stesso. Questa continua discrasia tra i diversi modi di comunicare creano, se mal gestite, instabilità e confusione divulgativa. Per questo, nella pittura, la comunicazione deve ridursi al solo motivo poetante del colore e della forma, senza macchiarsi di tecnologie, effetti scenici e fuochi artificiali per concorrere alla potenza mediatica dei nuovi mezzi informativi.

Oggi la forza della pittura risiede proprio nel suo non imporsi, nell’essere cosa che tace dentro il suo sviluppo coloristico. Occorre operare con il silenzio, far si che le voci cromatiche non si sovrastino l’una sull’altra o creare un coro armonico dove i toni più forti ravvivino quelli meno luminosi.

Questo è il volto del silenzio, questo è il volto della pittura.