Asinara: memorie di un'isola

[...]

Il paese d'intorno è sconosciuto, quasi informe,
abitato da un mistero antichissimo,
dove il mio pensiero si perde
andando pel viale muto.
Io non odo i miei passi,
io sono come un'ombra;
il mio dolore è come un'ombra;
è tutta la mia vita come un'ombra vaga,
incerta, indistinta, senza nome.

Gabriele D'Annunzio - Un sogno


Una terra ancestrale più antica dell'essere, il profumo dei vecchi pastori segnati dal sole,
 l'olezzo del letame e le mosche che ti corrono dietro per abbeverarsi del tuo sudore.
 Poi di nuovo il mare a picco, colature selvagge di terra, 
il ragliare dell'asino alle sei del mattino,
 timidi paesaggi divenuti aridi e inospitali persino alla vita stessa.  

Promettimi che ritorneremo a vivere fuori da questo tempo che ci perseguita...

Asinara, 23 settembre 2013


Esistono viaggi in cui si parte ancor prima di partire. E questo è stato uno di quelli. 

Dapprima si formula l'idea del viaggio come si vorrebbe viverlo nel quale uno stato febbrile ci elettrizza giorno dopo giorno. Poi si vive l'avventura vera e propria con tutte le sue incognita e, alla fine del viaggio, ecco che comincia a prolungarsi il ricordo di esso sotterrandolo appena nell'humus memoriale che ci definisce e ci delimita come il contorno di una sagoma. Dico proprio appena perché tra quei cumuli depositati bisogna lasciare spirare un po' di luce affinché nuove immagini recondite possano riaffiorare dalla ricca portata di quell'esperienza. Sapevo che questo viaggio avrebbe significato molto per la mia piccola esistenza ma non immaginavo che lo sarebbe stato fino a questo punto. Non credevo che avrei continuato a sognare questo luogo, a desiderarlo come un uomo desidera accarezzare le membra profumate della propria donna, a rincorrere la calura secca di quella terra argillosa dove l'impronta umana è soltanto un ricordo lontano seppur ancora vivo e terso di dolore. In questa terra il tempo si è arreso intorno alla cintura delle ripide scogliere; ha attraversato il mare senza però perforare la natura dell'isola dove vige, talvolta, un'atmosfera ferale e occidua. Non dimenticherò mai il buio dell'isola così come la sua luce accecante nell'alternarsi delle ore diurne da quelle notturne: di giorno l'aria secca ti rendeva estremamente vivo e brulicante, mentre di notte sembrava di essere inghiottiti dall'oscurità tanto da non riuscire più a distinguere dove finiva realmente il mare e dove iniziava la magia dell'isola se non, idealmente, per qualche tiepidissima luce di un faro lontano che emetteva, ad intermittenza, uno spillo di luce. Avrei potuto correre dentro la voracità ghiotta di quel nero cosmico, camminare all'aperto con il naso all'insù per poter godere di quel meraviglioso reticolato stellare. Ma nulla di tutto questo accadde durante le notti di sosta sull'isola perché all'Asinara, quando cala il sole, riemergono le paure infantili dell'ignoto: le creature notturne fanno rumore tra i cespugli, i pipistrelli creano suoni palmati con le loro ali e piccoli predatori vanno alla ricerca di cibo. Di giorno invece, nei punti più alti e nobili dell'isola ho potuto incontrare i mufloni, creature sature di silenzio che controllano i loro territori con incredibile eleganza e leggerezza. Sono esseri divini e ti scrutano da lontano  muovendo la testa a scatti, quasi volessero sbarazzarsi della tua innocua e insignificante presenza. Ma lo fanno con indicibile grazia tanto che, nel silenzio di quella liturgica contemplazione, ho potuto adorarli in preghiera, nel loro manifestarsi davanti ai miei occhi increduli. Circondati da un'aura mitica di sospensione, non ti è permesso di oltrepassare il loro campo visivo e, appena cerchi di valicarne il confine, essi fuggono via, leggiadri, tra i cespugli sempreverdi e le mura dimezzate delle vecchie carceri. Li definirei quasi aristocratici, per la virtù del loro silenzio e la compiutezza della loro anatomia ben rifinita, scattante ed agile. Non si fanno toccare né avvicinare e forse resterò con il dubbio che i mufloni non esistono ma sono in realtà la proiezione autentica dello spirito atavico di quel luogo toccato da Dio.


In una bellissima poesia, Montale decanta la felicità dell'universo che si risveglia agli "ilari ritorni" dell'infanzia.

 [...] rapido rispondeva 
a ogni moto dell’anima un consenso 
esterno, si vestivano di nomi 
le cose, il nostro mondo aveva un centro. 

Montale - Fine dell'infanzia

Vorrei soffermarmi sulla potenza visiva e metaforica di quest'ultimo verso: "il nostro mondo aveva un centro". Ebbene, in quest'isola, quel senso di centralità del mondo che credevamo ormai perduto ed irrecuperabile, si ricongiunge alla vecchia corda con cui fummo "gettati" tra le cose e nel mondo, tra le pause e gli interstizi di un silenzio foraggiato dai muti sguardi delle bestie velate d'un sacro sospetto. Fu così che tale centralità, tale respiro profondo del mondo lo provai per la prima volta lontana da casa, lontana dai propri morti e dalle sottane delle madri; qui, tra i residui di letame e le chiare acque del mare vi deposi le mie aspirazioni più remote. Ritrovai la radice ultima del mio nascimento.

Città d'isola / sommersa nel mio cuore [...] Una stanchezza s'abbandona / in me precoci rinascite

Quasimodo - Nell'antica luce delle maree


Provavo una felicità quasi sfacciata, imbarazzante, pur sapendo che il mio percorso cicloturistico non sarebbe durato in eterno. Per questo cercavo di naufragare in ogni millesimo d'istante, di godere nella fatica e nel piacere per quelle discese folli dove la bici raggiungeva i 45 km/h. Gozzano si ricopriva di orrore quando recitava: "tutta l'eternità chiusa nell'io / in quest'angusto carcere terreno". Forse avrebbero dovuto trascinarlo qui, laddove gli orologi non esistono e le guerre non intaccano questi perfetti e antichi equilibri. In quest'isola non si avverte la chiusura dei mondi, la diffidenza scriteriata delle genti, il languore di certe consuetudini, i rantoli di una vita frenetica e insoddisfatta. Togliendo i pochi turisti che esplorano l'isola montando pigramente sopra delle rumorose gip, il resto si alterna tra la bellezza smisurata del mare e i suoi animali che vivono a piccoli branchi sotto gli alberi bassi, dal sapore africano. Ti accorgi che in questa realtà, estranea ai fatti del mondo e alla totalità degli eventi, le cose stabiliscono tra loro un'antica qualità salvifica dove l'una procede a ravvedere l'altra. La negazione stessa della vita mi procurò una grande commozione: dietro al colle di Cala d'Oliva, mentre il cielo volgeva al tramonto, trovai meravigliosi crani di capre, asini e mufloni. Scostando con le mani la nuda terra, riportai alla luce delle vertebre, splendide e aeriformi nella loro perfetta presentazione anatomica. Non provai alcuna parvenza di orrore o di disgusto ma soltanto un attaccamento smisurato per la vita; la particolarità della scoperta era caratterizzata dal fatto che, in un ridotto fazzoletto di terra, coesistevano insieme scheletri di vari animali come se da soli, si fossero spinti in uno dei punti più alti dell'isola per andare a morire. Ben diceva Garcìa Lorca: "Sveglia: chi teme la morte se la porterà sulle spalle." Nulla di più veritiero e lo sottolineo davanti al mio grande amore, Cioran, che visse i suoi anni francesi in una condizione di servilismo verso l'idea stessa del suicidio ma che nascondeva, in realtà, un atto d'amore (mai palesato) per la vita. E ancora una volta, in un modo o nell'altro, l'inno alla vita trionfa!

Il sole intanto calava e, quando si nascose silenziosamente sul mare, scesi dalla collina tornando ad assorbirmi nei miei pensieri ancora tinti di meraviglia; quella notte sognai l'isola, come se non fosse stato già abbastanza viverla trepidante ad occhi aperti.



E tutto mi sa di miracolo.

Quasimodo - Specchio